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Sospesi ad attendere la morte. Credo di averla amata la vita e credevo nella bellezza che moltiplica i gesti. Credevo di poter donare a piene mani, credevo di avere tanto e di potere donare tutto. Le parole del mio essere sono solidificate nei cristalli di sale di un mare che ha asciugato la vita. Un mare steso al sole che si lascia facilmente prosciugare. La mia fantasia abbandonata in angoli oscuri, protetta da sguardi indiscreti che faticano ad essere dimenticati. Non so quanto di questi giorni rimarrà e non so quali risposte la vita riserva. Nel profondo della mia esistenza ritrovo le parole lasciate ad Accettura e che oggi racconta la Paesologia in un desiderio incomunicabile.
La richiesta di aiuto, la voglia di giocare, l’essere parte di un mondo che non è mai ciò che appare. Scriventi di tutto il mondo attraversate il mio dolore, accarezzate la bellezza del mio sorriso, lasciate che io possa ricordare dove ho disseminato frammenti delle mie paure. Permettete che io possa dire della vita qualcosa che non sia rifiuto, allontanamento, pena, sofferenza. Ho vestito l’abito della gioia ogni qualvolta ho penetrato l’anima di un passante, ho incoraggiato le pietre a volare, ogni volta che ho creduto in angeli divini che mi togliessero un po’ della mia fame d’amore.

C’è il vento che parla per me e questa finta solitudine e tanti rimpianti da non poter consolare. No, non è negativo raccontare la pena, sostituire al mattino di lana pettinata e soffice cotone la leggerezza di un fiore che sboccia d’inverno, insperato, nell’anfratto più recondito di un pensiero. Andare da qualche parte, sfuggire una paura che è semplice morire all’apparenza, nella solitudine amica, nella calda solitudine. Se dovessi descrivere la mia vita, la parola solitudine prenderebbe la forma del manto del cielo. Sostituirebbe il baratro della paura in una cascata di luci radenti, piloterebbe lontano qualsiasi possibilità di perdono. Non so dove andiamo, non so di quali passi sarà la vecchiaia del mio cammino, non so quanto dell’oscuro piacere di vedermi morire rallegrerà altre vite. Perché la bontà è così tanto disprezzata.

Sono stata il profumo di una torta fatta per fare gioire i miei fratelli, il sorriso di un buongiorno al mattino che non sapevo pronunciare. Da sola nelle fauci del branco, da sola a pregare il cielo di cadere, di farmi vedere di quante stelle è cosparso il mio volare. E poi, silenziosamente, andare.

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Saverio si divide con grande maestria tra noi, ospiti inattesi e gli anziani genitori, torna e ci invita a prendere i bicchieri e seguirlo in soggiorno.
Mi siedo accanto al padre il cui sguardo su di me è fin troppo compiaciuto e che subito approfitta per raccontarci di avere dei figli artisti, ma che il più straordinario artista di tutti è proprio lui. La mamma invece fa capolino dalla cucina con aria piuttosto minacciosa impugnando una bottiglia vuota tra le mani. Io e Paolo satolli, siamo drammaticamente incastrati nel divano.
L’amico pittore è molto rispettoso e scherzoso con i suoi genitori nonostante si accorga delle attenzioni di suo padre nei miei confronti e sorride benevolo delle invettive sempre più incalzanti di sua madre.
Finalmente ci invita ad andare ancora una volta nello studio per fumare insieme comodamente. I due amici parlano fitto fitto tra loro e a lung, lasciandomi in ascolto di un dialogo consolidato, poi tutti e tre usciamo e sotto il portone ci salutiamo.
Ripercorrendo la via del ritorno tra me e Paolo cala un silenzio denso di emozione, ognuno, assorto, pensa a se stesso.
Arrivati a casa mia guardo Paolo negli occhi e gli chiedo:
Scusa ma perché lo abbiamo lasciato da solo?
Giusto… (mi guarda)
Perché?
Un immediato tacito accordo, faccio inversione e torniamo sulla strada verso casa di Saverio. Questa volta non c’è, ci rispondono che è andato al mare in bicicletta. Andiamo a cercarlo. Scorre accanto alla strada il litorale popolare frequentato dai bagnanti delle domeniche d’agosto: le madri addormentate al sole, i ragazzini urlanti che giocano al pallone, le tende improvvisate tra gli ombrelloni, le nonne appollaiate sugli scogli, con i piedi a mollo e il fazzoletto annodato in testa, le ‘tielle’ coperte da tovaglioli su tavoli improvvisati ancora imbanditi e padri sbronzi che giocano a carte.
Occhio alle biciclette!
dico a Paolo, proprio mentre scorgiamo Saverio che sta inforcando la bici e sparisce in una stradina laterale.

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Sorridente, piacevolmente meravigliato, ci vede riapparire all’improvviso. E ci invita subito a fare un bagno insieme. Per Paolo, di ritorno dal mare cristallino della Grecia, ma anche per me, senza costume da bagno, la proposta è a dir poco scandalosa. Saverio non ammette obiezioni e noi siamo desiderosi di assecondarlo, forse sperando di vedere nascere un lieve sorriso nel nostro comune mare di difficoltà. Ma sì, che importa, ci tuffiamo vestiti, come in un benefico rituale. Con il vestito di cotone che appesantendosi mi fa sentire una medusa, nuoto assaporando una gioia infantile. Ognuno per conto proprio, ci liberiamo di una profonda stanchezza.
Poi guadagnato un pezzetto di scoglio, ci appollaiamo tutti e tre ad asciugarci e fumare beatamente al sole dimenticando completamente i nostri drammi presonali e la paura della solitudine che ci attanaglia.
E’ Saverio che rompe il silenzio:
Lo sai che tu sei molto più carina di quello che vuoi far credere?
Con il vestito fradicio appiccicato addosso, visibilmente in imbarazzo, propongo di andare a casa a cambiarci mettendomi ancora una volta alla guida verso un luogo indefinito, un luogo che ci accomuni nel nostro tartassato cuore. Saverio ha caricato la sua bicicletta nel bagagliaio, Paolo è montato sul sedile posteriore. Stupiti di noi stessi siamo tutti e tre gioiosi e assorti, in tregua con il mondo intero finalmente amico.
Voglio fare l’amore con te! esclama Saverio all’improvviso, con voce chiara ed inequivocabile.
Sorpresa e divertimento allo stato puro. Ma soprattutto un crescente entusiasmo in un momento in cui è proprio l’ultima delle emozioni possibili. L’euforia del cazzeggio ci riporta alla giovinezza e alla vera natura che ci appartiene.
A prescindere da ogni altra considerazione, la schiettezza di quest’uomo merita attenzione e scatena una certa invidia da parte di Paolo circa il tempo record impiegato dall’amico nel dichiararsi. Guardo nello specchietto retrovisore il volto forzatamente impenetrabile di Paolo.
No!
E perché no?
Giusta considerazione, Saverio ha fascino da vendere, mentre io cerco di guidare guardando solo la strada. Ma sono più volte tentata di osservare meglio quest’uomo che mi chiede di fare l’amore con lui come se potesse disporre di me a suo piacimento.
Incrocio ancora una volta lo sguardo di Paolo nello specchietto retrovisore e tiro fuori un cipiglio da dura navigata:
Non ho nessuna voglia di imbarcarmi in avventure estive quest’anno!
Cala un silenzio imbarazzato, ma corre anche tra di noi una sorta di freschezza adolescenziale e solo per qualche minuto Saverio tace, poi:
Io voglio fare l’amore con te!
Non se ne parla neanche! Ho già risposto a questa domanda.
Cala il silenzio.
Siamo finalmente seduti al bar del paesino costiero. Saverio fa domande sulla mia vita.
Cosa faccio? Faccio qualcosa di apparentemente invidiabile, lavoro per la televisione di Stato.
Ma allora fai le marchette?
Per la verità non ne sono capace, mi manca l’attitudine…
Nel raccontargli di me ho l’impressione che tutte le parole usate per descrivere la mia vita e le mie scelte suonino terribilmente stonate alle mie stesse orecchie e mi sembra di fare una enorme fatica per tenere alta la sua attenzione. Mi sforzo al massimo per dare significato a ciò che affermo, e anche se sembro coerente, questa volta non riesco proprio a convincere me stessa.
Usciamo dal bar ma non sappiamo più cosa inventarci per rimanere ancora insieme. Mi viene in mente che vorrei raccogliere delle pale di fico d’india da mettere in giardino. Saverio ci porta in una zona di campagna che conosce e con una manualità sorprendente e anche molto seducente, ancor più delle sue parole, raccoglie un po’ di pale di fico d’india posizionandole come mattoncini ubbidienti una sopra l’altra nel bagagliaio della mia auto.
Allora? dove andiamo…
Così va a finire che andiamo a casa mia e finalmente posso cambiarmi.
Appena varcato il cancello, Saverio con un’atteggiamento di sfida mi afferra per i fianchi e tenta di abbracciarmi dicendomi ancora di volere fare l’amore. Presa alla sprovvista quasi nel panico mi rendo conto fino in fondo, di come sia facile preda e incapace di affrontare gli assalti di un uomo. Balbetto qualche frase insulsa per scappare a bere un bicchiere d’acqua in cucina unico espediente di cui sono capace.
Devi farmi un piacere! dico a Paolo che sorseggia anche lui un bel bicchiere d’acqua.
Dimmi…
Diglielo tu! Lo conosci bene, digli qualsiasi cosa, che non è il caso d’insistere, che non voglio, che sono fidanzata, fai tu… basta che la smette di fare il cretino!
Paolo mi fissa serissimo e appurata la mia totale incapacità di oppormi alle avances di Saverio accondiscende.
Vado a fare una doccia, mi cambio in tutta fretta, poi vado in giardino ad annaffiare le piante.
Al di sopra del rumore dell’acqua che sgorga, ascolto le loro voci chiacchierare in salotto, il loro dialogare familiare e picevole al quale sono estranea.
C’è un’atmosfera molto rilassata quando li raggiungo.
Ci sono sigarette che si fumano per noia o per rabbia o per lenire un dolore o per un’attesa e sigarette che si fumano soltanto per il piacere di farlo.

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Paolo racconta, tra le spire odorose di un piacevole fumo, che Saverio è sempre stato una persona ricercatissima e dalle donne e dagli uomini e che, da giovane, ha avuto vere e proprie crisi d’identità a causa di questo.
Nella rilassante atmosfera salottiera creata, lo osservo con attenzione mano a mano che cala la maschera respingente di rudezza e dopo aver visto saltare i molti meccanismi di difesa in gioco. Finalmente sorride. Ne scopro i lineamenti regolari, molto delicati di autentica bellezza offuscata da un velo di rimpianto e da una profonda solitudine: un uomo molto affascinante privato adesso della spessa corazza da vecchio contadino.
A poco a poco parla di sé, della sua quotidianità, ci confida la stanchezza, il bisogno di allontanarsi dai genitori. Racconta la difficoltà di sostenerli, che diventa ogni giorno più ardua e della vera e propria fatica fisica che implica accudirli entrambi da solo. Una responsabilità che per lui sembra essere un imperativo categorico, perché afferma di essere l’unico, tra i sei figli, in grado di tenere le loro vite in equilibrio, anche a costo di dormire pochissimo ed essere da mesi perennemente in uno stato di allerta.
Non nasconde più una grande pena ammantata da gentilezza e razionalità. Il tempo trascorso con i due genitori, l’uno quasi sempre in preda al delirio alcolico e l’altra alla mercé dell’ Alzhaimer, dice essergli stato utile per portare a termine i suoi quadri. Ne é molto fiero, dice di essere arrivato finalmente al termine del lungo lavoro.
E allo stesso modo sia io sia Paolo siamo pronti ad offrirgli il nostro stentato cammino e la lotta quotidiana con il nostro demone personale. Ci lasciamo andare concedendoci un certo disordine narrativo nell’apprensione di volerci raccontare e nell’ansia di mettere a fuoco qualcosa di noi da cui siamo in fuga e che non potremmo condividere con nessun altro. Tre amici di amici, due sconosciuti per me, due sufficientemente conosciuti tra di loro.
Leggo da un quaderno preso a caso qualcosa breve, che non implica da parte loro sforzi di attenzione o di educata sopportazione. Ascoltano in silenzio e Saverio è attentissimo alle mie parole.
Più tardi, un caffè e qualche sigaretta dopo, li convinco ad andare insieme a casa di Gemma ed Elio, dove c’è dell’altra esasperazione da accogliere e stemperare, dell’altro dolore che deborda nel torrido agosto che scivola via verso il nuovo millennio.
Perfettamente calata in una rigida quanto ingenua illusione, penso ci sia ancora amicizia da coltivare, una speranza nella quale mi è sempre facile cadere.
Ma anche se Saverio è poco propenso ad irrompere in altre vite, è solidale con noi, con questa mia infantile pretesa, forse soltanto nella segreta speranza che conoscendolo meglio io cederò nel regalargli la notte d’amore che pretende a tutti i costi da me.
A casa di Gemma l’aria è da tregenda: siamo in troppi per il loro equilibrio mentale, io troppo allegra, troppo desiderosa di comunicare vie di scampo al nostro comune malessere. Giusto il tempo per scambiarci un saluto, un altro caffè nelle involute spire di un fumo dolciastro e la tensione raggiunge presto un livello adatto al commiato.
Siamo ancora insieme noi tre, dopo tante ore, di nuovo per la strada, di nuovo a decidere cosa fare.
Una pizza?
Buona idea…
La pizza arriva sempre a redimere il tempo, a consolare fame e afflizioni riunendo colpevoli e innocenti attorno al tavolo delle trattative. Una pizza suggella sempre l’amicizia, addirittura l’amore, una pizza, che di per sé è condivisione, famigliarità, benevolenza e calore, universalmente semplifica serate e noie quotidiane.
Percorriamo il lungomare proprio dove ti sbattono i tovaglioli in faccia per invitarti ad entrare e, in breve, anche noi tre siamo seduti al tavolo in attesa.
E’ trascorsa un’intera giornata con il tempo che ha galoppato anticipando le nostre mosse, raccontandoci un’urgenza che avremmo compreso soltanto anni dopo. Un ritmo inconsueto, quasi sconosciuto a tutti e tre, ci travolge in una serata pacifica cancellando per un breve momento il ricordo dei troppi abbandoni, dei tanti sogni infranti e la fottuta paura di morire, regalandoci nostro malgrado la gioia di essere vivi e riconoscerci in ciò che siamo davvero. Di cosa parliamo non è più importante, siamo trasportati nella magia di parole semplici, in una specie di oasi nel deserto ferragostano che ci impedisce di andare ognuno per la propria strada, come un frammento di giovinezza, quando i sogni erano a portata di mano e la strada compagna felice di disarmanti e prolifici incontri.
Allora adesso andiamo a prenderci un gelato!
E via di nuovo alla volta della provincia dove impazza la festa patronale. Ci fermiamo dal lato dove la festa finisce, se ne sentono gli echi, ma non possiamo venire travolti dalla folla rumorosa.
Mentre Paolo è in fila estasiato dalle movenze di quattro fanciulle che confezionano coni gelato rigirandosi in un metro quadro, Saverio sorseggia una birra, defilato e solitario, appoggiato al cofano di una macchina.
Sembra la resa dei conti, mentre scorrono minuti intensi durante i quali osservo i volti e l’abbigliamento delle donne sedute in cerchio accanto al chiosco, tutte ingioiellate, che chiacchierano ridendo e godendosi la calda serata di festa.
La pressione dello sguardo di Saverio su di me mi costringere ad avvicinarmi. La domanda è sempre la stessa:
Perché non vuoi?
Forse è vero che gli argomenti per tirarmi indietro diventano sempre più esigui, ma gli spiego che ho deciso di non imbarcarmi in avventure estive, che non voglio recedere da questa mia determinazione.
In tempi di marchette, il libero amore mi sembra aver perso di significato. Ridiamo di gusto, ma è un po’ pentito, crede di avermi spaventata, rammaricato di avermi preso un po’ in giro con argomentazioni concrete. Forse pensa di essere stato troppo schietto, precipitoso, ma afferma di capire e di rispettare ciò che penso e questo suo argomentare me lo rende davvero simpatico.
Oramai è più tardi della mezzanotte, dopo il gelato è l’ora dei saluti, dobbiamo riaccompagnarlo a casa.
Sotto il portone ci invita a salire per un’ultima chiacchierata e, naturalmente, né io né Paolo abbiamo alcuna voglia di rifiutare.

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