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L’estate a Bari. La fine di un’epoca

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L’estate a Bari. La fine di un’epoca.
11 Settembre 2014
Era la fine di un’epoca sbandierata e illusoria, ma anche il tramonto della giovinezza, l’inizio di un mondo diverso da tutto ciò che c’era stato prima, in cui la luce si farà strada dopo la notte più buia e ci saranno più funerali che feste.
Fare chiarezza, scegliere la strada giusta, la più semplice e diretta verso l’armonia, impera
Paolo racconta, tra le spire odorose di un piacevole fumo, che Saverio è sempre stato una persona ricercatissima e dalle donne e dagli uomini e che, da giovane, ha avuto vere e proprie crisi d’identità a causa di questo.
Nella rilassante atmosfera salottiera creata, lo osservo con attenzione mano a mano che cala la maschera respingente di rudezza e dopo aver visto saltare i molti meccanismi di difesa in gioco. Finalmente sorride. Ne scopro i lineamenti regolari, molto delicati di autentica bellezza offuscata da un velo di rimpianto e da una profonda solitudine: un uomo molto affascinante privato adesso della spessa corazza da vecchio contadino.
A poco a poco parla di sé, della sua quotidianità, ci confida la stanchezza, il bisogno di allontanarsi dai genitori. Racconta la difficoltà di sostenerli, che diventa ogni giorno più ardua e della vera e propria fatica fisica che implica accudirli entrambi da solo. Una responsabilità che per lui sembra essere un imperativo categorico, perché afferma di essere l’unico, tra i sei figli, in grado di tenere le loro vite in equilibrio, anche a costo di dormire pochissimo ed essere da mesi perennemente in uno stato di allerta.
Non nasconde più una grande pena ammantata da gentilezza e razionalità. Il tempo trascorso con i due genitori, l’uno quasi sempre in preda al delirio alcolico e l’altra alla mercé dell’ Alzhaimer, dice essergli stato utile per portare a termine i suoi quadri. Ne é molto fiero, dice di essere arrivato finalmente al termine del lungo lavoro.
E allo stesso modo sia io sia Paolo siamo pronti ad offrirgli il nostro stentato cammino e la lotta quotidiana con il nostro demone personale. Ci lasciamo andare concedendoci un certo disordine narrativo nell’apprensione di volerci raccontare e nell’ansia di mettere a fuoco qualcosa di noi da cui siamo in fuga e che non potremmo condividere con nessun altro. Tre amici di amici, due sconosciuti per me, due sufficientemente conosciuti tra di loro.
Leggo da un quaderno preso a caso qualcosa breve, che non implica da parte loro sforzi di attenzione o di educata sopportazione. Ascoltano in silenzio e Saverio è attentissimo alle mie parole.
Più tardi, un caffè e qualche sigaretta dopo, li convinco ad andare insieme a casa di Gemma ed Elio, dove c’è dell’altra esasperazione da accogliere e stemperare, dell’altro dolore che deborda nel torrido agosto che scivola via verso il nuovo millennio.
Perfettamente calata in una rigida quanto ingenua illusione, penso ci sia ancora amicizia da coltivare, una speranza nella quale mi è sempre facile cadere.
Ma anche se Saverio è poco propenso ad irrompere in altre vite, è solidale con noi, con questa mia infantile pretesa, forse soltanto nella segreta speranza che conoscendolo meglio io cederò nel regalargli la notte d’amore che pretende a tutti i costi da me.
A casa di Gemma l’aria è da tregenda: siamo in troppi per il loro equilibrio mentale, io troppo allegra, troppo desiderosa di comunicare vie di scampo al nostro comune malessere. Giusto il tempo per scambiarci un saluto, un altro caffè nelle involute spire di un fumo dolciastro e la tensione raggiunge presto un livello adatto al commiato.
Siamo ancora insieme noi tre, dopo tante ore, di nuovo per la strada, di nuovo a decidere cosa fare.
Una pizza?
Buona idea…
La pizza arriva sempre a redimere il tempo, a consolare fame e afflizioni riunendo colpevoli e innocenti attorno al tavolo delle trattative. Una pizza suggella sempre l’amicizia, addirittura l’amore, una pizza, che di per sé è condivisione, famigliarità, benevolenza e calore, universalmente semplifica serate e noie quotidiane.
Percorriamo il lungomare proprio dove ti sbattono i tovaglioli in faccia per invitarti ad entrare e, in breve, anche noi tre siamo seduti al tavolo in attesa.
E’ trascorsa un’intera giornata con il tempo che ha galoppato anticipando le nostre mosse, raccontandoci un’urgenza che avremmo compreso soltanto anni dopo. Un ritmo inconsueto, quasi sconosciuto a tutti e tre, ci travolge in una serata pacifica cancellando per un breve momento il ricordo dei troppi abbandoni, dei tanti sogni infranti e la fottuta paura di morire, regalandoci nostro malgrado la gioia di essere vivi e riconoscerci in ciò che siamo davvero. Di cosa parliamo non è più importante, siamo trasportati nella magia di parole semplici, in una specie di oasi nel deserto ferragostano che ci impedisce di andare ognuno per la propria strada, come un frammento di giovinezza, quando i sogni erano a portata di mano e la strada compagna felice di disarmanti e prolifici incontri.
Allora adesso andiamo a prenderci un gelato!
E via di nuovo alla volta della provincia dove impazza la festa patronale. Ci fermiamo dal lato dove la festa finisce, se ne sentono gli echi, ma non possiamo venire travolti dalla folla rumorosa.
Mentre Paolo è in fila estasiato dalle movenze di quattro fanciulle che confezionano coni gelato rigirandosi in un metro quadro, Saverio sorseggia una birra, defilato e solitario, appoggiato al cofano di una macchina.
Sembra la resa dei conti, mentre scorrono minuti intensi durante i quali osservo i volti e l’abbigliamento delle donne sedute in cerchio accanto al chiosco, tutte ingioiellate, che chiacchierano ridendo e godendosi la calda serata di festa.
La pressione dello sguardo di Saverio su di me mi costringere ad avvicinarmi. La domanda è sempre la stessa:
Perché non vuoi?
Forse è vero che gli argomenti per tirarmi indietro diventano sempre più esigui, ma gli spiego che ho deciso di non imbarcarmi in avventure estive, che non voglio recedere da questa mia determinazione.
In tempi di marchette, il libero amore mi sembra aver perso di significato. Ridiamo di gusto, ma è un po’ pentito, crede di avermi spaventata, rammaricato di avermi preso un po’ in giro con argomentazioni concrete. Forse pensa di essere stato troppo schietto, precipitoso, ma afferma di capire e di rispettare ciò che penso e questo suo argomentare me lo rende davvero simpatico.
Oramai è più tardi della mezzanotte, dopo il gelato è l’ora dei saluti, dobbiamo riaccompagnarlo a casa.
Sotto il portone ci invita a salire per un’ultima chiacchierata e, naturalmente, né io né Paolo abbiamo alcuna voglia di rifiutare.
tivo categorico, amare: cammino tortuoso pieno di ostacoli ma anche strabilianti sorprese.
Gran caldo solitudine, vacanze in città con i cani, che non voglio siano abbandonati a se stessi. Quando è possibile vedo Gemma e Elio, unici amici coppia di reduci del passato illusorio e veri punti culturali di riferimento per il nebuloso futuro.
E’ un tardo pomeriggio afoso a casa loro, arriva Paolo magrissimo e frastornato, in evidente stato confusionale. Quasi all’impiedi comincia a leggere gli appunti presi durante la sua permanenza in Grecia. Un matrimonio apparentemente andato in frantumi che lo ha lasciato farneticante nel cuore dell’agosto più torrido.
Racconta di sè, di come nottetempo ha cercato di rientrare nella sua casa al mare dalla quale era stato cacciato: sinceramente disperato e in fuga da se stesso. Piano piano l’atmosfera si stempera in dense nuvole di fumo, birra e condivisione del dolore, diventa una serata piacevole.
Offro un passaggio a casa in macchina. Impossibile per me, impegnatissima ad ignorare la mia sofferenza, impossibile per me che calpesto il mio dolore con accessi furibondi di un’ira devastante attaccandomi furiosamente a questioni ideologiche, non sentire una profonda pena per il suo disagio. Nel breve tragitto provo ad incoraggiarlo con la facile metafora del viaggio che non ha mai termine nel farsi e disfarsi della vita. Gli offro asilo e il mio numero di telefono invitandolo, se ne ha voglia, a trascorrere qualche giorno con me a casa di mia madre, sottolineando apertamente che la mia non è una proposta per un’avventura.

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