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E’ mai esistita Accettura?

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Sospesi ad attendere la morte. Credo di averla amata la vita e credevo nella bellezza che moltiplica i gesti. Credevo di poter donare a piene mani, credevo di avere tanto e di potere donare tutto. Le parole del mio essere sono solidificate nei cristalli di sale di un mare che ha asciugato la vita. Un mare steso al sole che si lascia facilmente prosciugare. La mia fantasia abbandonata in angoli oscuri, protetta da sguardi indiscreti che faticano ad essere dimenticati. Non so quanto di questi giorni rimarrà e non so quali risposte la vita riserva. Nel profondo della mia esistenza ritrovo le parole lasciate ad Accettura e che oggi racconta la Paesologia in un desiderio incomunicabile.
La richiesta di aiuto, la voglia di giocare, l’essere parte di un mondo che non è mai ciò che appare. Scriventi di tutto il mondo attraversate il mio dolore, accarezzate la bellezza del mio sorriso, lasciate che io possa ricordare dove ho disseminato frammenti delle mie paure. Permettete che io possa dire della vita qualcosa che non sia rifiuto, allontanamento, pena, sofferenza. Ho vestito l’abito della gioia ogni qualvolta ho penetrato l’anima di un passante, ho incoraggiato le pietre a volare, ogni volta che ho creduto in angeli divini che mi togliessero un po’ della mia fame d’amore.

C’è il vento che parla per me e questa finta solitudine e tanti rimpianti da non poter consolare. No, non è negativo raccontare la pena, sostituire al mattino di lana pettinata e soffice cotone la leggerezza di un fiore che sboccia d’inverno, insperato, nell’anfratto più recondito di un pensiero. Andare da qualche parte, sfuggire una paura che è semplice morire all’apparenza, nella solitudine amica, nella calda solitudine. Se dovessi descrivere la mia vita, la parola solitudine prenderebbe la forma del manto del cielo. Sostituirebbe il baratro della paura in una cascata di luci radenti, piloterebbe lontano qualsiasi possibilità di perdono. Non so dove andiamo, non so di quali passi sarà la vecchiaia del mio cammino, non so quanto dell’oscuro piacere di vedermi morire rallegrerà altre vite. Perché la bontà è così tanto disprezzata.

Sono stata il profumo di una torta fatta per fare gioire i miei fratelli, il sorriso di un buongiorno al mattino che non sapevo pronunciare. Da sola nelle fauci del branco, da sola a pregare il cielo di cadere, di farmi vedere di quante stelle è cosparso il mio volare. E poi, silenziosamente, andare.

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