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Terapia del dolore
13 Marzo 2016  

Il computer trascrive e memorizza velocemente i pensieri battuti sulla tastiera. Non è come lo scrivere manuale dove l’anima sembra fluire nell’inchiostro e depositarsi in armonici ghirigori sulla carta, ma prorompe precipitosamente caduta nel vecchio e vacuo intimismo, nel donare e aspettare che il tempo segni le parole, conferisca loro la patina del ricordo, il giusto colore, l’esatta tonalità di un umore volatile e leggero. Per caparbietà, sciocca tracotanza, ignoranza di parole dette a fiumi ad orecchie intelligenti seguita da silenzi che lasciano spazio a troppi interrogativi.
Vorrei poter parlare liberamente di tutto, riempire pagine di ‘vorrei’, ma un destino stravagante contorce ogni cosa di ogni rapporto ricamando di fili intricatissimi ogni piccola vicenda esistenziale. E vorrei colorarli questi fili e vederli leggiadri svolazzare in un cielo infinito e sereno. Vorrei riconoscerli a uno a uno e potermici arrampicare per farmi portar via, finalmente libera di sostare nella trama a me destinata. Vorrei sedermi ad ascoltare quell’antico sgranare il rosario nella sera e sentire l’involuto ordire di un delicato chiacchierino e rompere ogni indugio e lasciarmi tramortire da uno sguardo indagatore e poi smetterla di giocare alla vittima designata. Vorrei smascherare il mondo intero e gridare come il bimbo della fiaba che: Il re è nudo! E allora? Nudi pure noi.
Sonorità. Belle sonorità che non si adattano alla coscienza. Impedirsi di prendere il largo e di andare lontano è il tuo peccato più grave: ancorato a uno scoglio, solitario sottomarino adagiato sulla sabbia, fremendo, arenato al suolo t’immergi in un’isola di speranza. In agguato il furore che ha acceso le genti approdate in simili territori. Soltanto un volo può liberarti ancora. S’accende solitario l’amore, scende a placare, il tuo falso ardore e il prodigio che si risolve in sé.
Fluire delle immagini, immagine di sé; di un sé fantasticato e irrealizzabile perché specchio di un sogno. Specchio di gigantesche illusioni dagli occhi corvini. Come un sorriso che spegne il desiderio e avvicina gli altri in eterogenee onde di aspettativa. Il mare, il fragore delle emozioni… la poesia che travalica ogni spiegazione anticipando il linguaggio della ragione.
Espressioni volontarie d’amore, suoni omofoni e impatti travolgenti, collusioni di dolore. Facili ricorsi alla memoria, retorica di tutti i sortilegi. Poesia, nullificante poesia.
Se son rose…
A cosa serve la poesia?
Voci, voci dell’al di là, voci inconsuete e tramandate nel nulla: a cosa serve la ragione per i poeti? Desiderio mistico e rigoroso decoro negli strappi ingannevoli della memoria. Non si cancella che con un misero gesto, non si tramanda che in automatici suoni. Senso di civiltà e potere delle alte sfere: il potere delle parole.

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Scheggia d’amore impazzita
15 Marzo 2016 
Una scheggia appare all’alba dell’esistenza, quando l’amore è tutto in nostro potere e la ragione non spiega e i discorsi non muoiono mai. Una scheggia d’amore tra le dita di una mano. Nasce nel fuoco dell’amore assoluto, impossibile da descrivere e si nutre di un progetto ambizioso. Non compromessi, non i possibili scambi del corpo con il sesso, ma un amore tentato sul filo del rasoio di un’epoca tristissima e divina. Si nutre dello spettacolo di sé e fugge via lasciando ricordi memorabili e botte da orbi.
Amore lodevole della sua infedeltà.
Scheggia d’amore impazzita, trasformata nel tempo con cadenza ricorrente, indissolubile, reale e sospinta dall’onda di un desiderio inquietante. E poi, la musica a colorare i sogni della notte e le aggressioni verbali. Il sole che filtra dalle vetrate delle biblioteche, nelle aule affannate a sostenere esami che non davano l’ombra di un afflato. Il mare salato e le chiese per la via, fresche nella calura estiva.
Scheggia impazzita tra le dita di una mano, la vita che non sapevamo sollevare al di là del cuore. Scheggia d’amore cresciuta e poi evocata nella frenetica ricerca della conoscenza, nel triangolo in cui è nata. Scheggia rigorosamente consacrata all’Edipo e alle risonanze dell’eroe che cerca la sua strada, nelle aule universitarie, nei gruppi autogestiti e nelle tante risate, nel tempo trascorso a parlare, ridere, a bere caffè per scoprire di non voler amare che se stessi.
E cambiare….
Non sapevamo di che cosa veramente si trattasse, restavamo per lo più in silenzio a recitare sconce poesie, me ne ricordo una:
– Mi chiese, e mi chiese, e mi chiese ancora….
Imbavagliati dalle nostre idee raffazzonate, caduti per non ricordare inseguendo una fede che ognuno portava dentro, che aveva consacrato il cuore alle idee, che aveva fatto la valigia ed era partita alla volta della vita.
Per dilatare il tempo dell’azione, gli eventi hanno portato la scheggia a navigare, andare ad abitare isole vicine di uno stesso quartiere, manifestandosi come irresistibile fame d’amore.
Una data non è necessaria, tanti gli anni e tanta la vita dentro le cose che non ci siamo detti. Strano, perché a parlare è sempre l’amore di allora trasfigurato nei volti che apparvero, le voci amiche, i cuori ritrovati impossibili e reali. La scheggia impazzita nutrita dunque soltanto del meglio della vita per insegnarci, ora lo so, che mai si sarebbe affievolito il desiderio di cercare, del trovare dentro ognuno di sé l’universo che profondamente ci appartiene, che volevamo rifiutare e mai avremmo potuto controllare.
C’era un silenzio esasperato presago di tanti facili addii. Un freddo calcolato e in seguito avremmo negato gli inutili appelli dell’amore che non voleva mollare.
Cosicché la scheggia impazzita poté volare soffermandosi ogni tanto per un saluto, uno scazzo, un’offerta d’aiuto. Straordinario modo di sentirci profondamente ed essere ciechi, ognuno seguendo l’orma della propria impronta, ognuno godendo dei propri limiti abituali e delle libertà imposte, ognuno cercando, al di là del tempo, le risposte ai dolori, alle accuse che tormentavano. Ognuno artefice del proprio destino immaginando di fantasticarne un altro.
Allora resi manifesti i mondi paralleli, le vite incrociate, spazio necessario a descrivere il cambio di frontiera, per tracciare ciò che è avvenuto, tenendo ben presenti i sogni a premonire, a distaccarci da quanto sarà stato.
Non la comune formazione culturale la strada che ci fa ancora ritrovare, la strada che sperde e fa perdere in dialoghi assai lontani.
E, quando non è la propria formazione a sostenere l’amore, l’onda fa la strada e non rimane che l’addio, la buona distanza a suggellare l’evento trascorso e il futuro da proteggere ancora.
Non parlo di persone in carne e ossa, ma di forme dell’amore che non si nutrono di contratti sociali, spesso si contraddicono, fanno impazzire di dolore e non spiegano i perché, ma alimentano di fuochi fatui le residue passioni.

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Storia di una voce dimenticata
18 Marzo
Napoli Inverno 1975
E’ un ventilato e luminoso pomeriggio di sole. Il più giovane dei quattro fratelli Esposito, Fernando, ventitré anni, parcheggia il motorino e lo chiude a chiave. Entra nel portone di un vecchio palazzo, sale le scale e suona il campanello. La porta si apre e lui saluta affettuosamente la nonna.
Fernando è di casa: si avvia in cucina e prende qualcosa da mangiare nel frigo. Poi si affaccia alla finestra. Fuori, la vita della strada con il suo solito assordante fragore.
Fernando rientra e si getta pigramente sul divano. La nonna di fronte a lui ha ripreso il suo lavoro all’uncinetto. Fernando la osserva.
Ad un tratto dalla finestra aperta, vola dentro un rondone. Nonna e nipote sussultano. Il rondone fa mezzo giro della stanza, è disorientato, sbatte sulla parete poi imbocca il corridoio ed entra in uno stanzino in fondo. Il giovane lo insegue, la nonna segue il nipote. Il rondone si rifugia in cima a uno scaffale.
Fernando prende una scala e si arrampica per afferrarlo. Sopra lo scaffale ci sono tre scatoloni impolverati. Uno di essi è aperto. Fernando prende con dolcezza il rondone e lo passa nelle mani della nonna, poi da uno sguardo alla scatola semi aperta: dentro ci sono le matrici di antichi dischi. Sono tantissime. Fernando solleva la scatola e la tira giù. Scorre i nomi: Gilda Mignonette, Vittorio Parisi, Ferdinando Rubino, Elvira Donnarumma, Salvatore Papaccio, Ria Rosa, Gennaro Pasquariello, Niccolò Maldacea, Lina Resal.
“Come mai sono qui?” chiede alla nonna.
“Sono matrici. Erano nel vecchio magazzino della Phonotype e stavano per essere buttate, ma tuo nonno ha voluto conservarle qui. Prendile se vuoi, ma non servono più a niente: credo siano troppo vecchie per essere ascoltate”.
Nei nuovi uffici della Phonotype Record i fratelli Esposito esaminano emozionati il contenuto delle scatole. Raffaele, il più anziano afferma: “Allora è deciso… le ristampiamo! Ma non sarà facile, dobbiamo cercare le puntine di una volta, che in Italia non sono più in commercio. Fernando, te ne occupi tu? Contatta tutte le casa discografiche di antica data e vediamo cosa ci rispondono”.
La ricerca è lunga e le risposte che arrivano sono tutte negative. Quando Fernando appare ormai scoraggiato, ecco che arriva una risposta dagli Stati Uniti. E’ un pacco che contiene centinaia di puntine, con un biglietto: “Eccovi un pacco di vecchie puntine, sono una diversa dall’altra, scegliete voi quale è quella adatta alle vostre matrici.” Fernando esulta.
Arriva finalmente il giorno tanto atteso. Nello studio della Phonotype, i nastri sono in stand-by e i tecnici sono concentrati alla consolle. Con loro, i quattro fratelli Esposito:
“Silenzio!” Cinque, quattro, tre, due, uno… la matrice parte e in cuffia si sentono le note di Nun sia maie cantata da Lina Resal.
Fernando ascolta rapito.
Marano -Napoli
1914
Trattoria delle Rose
La trattoria è piena di gente, ma la clientela seduta ai tavoli è silenziosa. Sono tutti concentrati su una bambina di sette o otto anni che, in piedi su un tavolo, intona una famosa canzone napoletana. E’ dotata di una voce bellissima e possiede una straordinaria capacità interpretativa. Accanto a lei il padre, Ernesto, detto ‘O canteniere, accompagna con la chitarra la voce della figlioletta, Raffaella detta Lina. La mamma, Francesca, detta Saceccia, segue la performance dalla soglia della cucina.
Ai tavoli della Trattoria delle Rose ci sono illustri personaggi, poeti, musicisti della canzone napoletana: Libero Bovio, Tagliaferri, Beniamino Canetti che, tra un encomio ad un piatto di vermicelli e l’elogio a una pentola di zuppa forte, insieme con i proprietari della trattoria, spesso si trasformano in cantanti per allietare le serate.
Sono trascorsi un paio di anni. E’ sera. Beniamino Canetti, poeta, cammina speditamente a braccetto di un amico, proprietario dell’Eden. “Vedrai, quella bambina è un fenomeno. Ti dico che ha la stoffa della vera artista. Ascoltala e poi mi dirai se non è perfetta per te. All’Eden farà furore.”
Entrano nella trattoria dove vengono accolti con il solito ossequio da Ernesto. L’atmosfera è allegra, come al solito. Inizia la cena e dopo un po’, Saceccia e ‘O canteniere danno vita a una improvvisazione canora. E così, con la chitarra in mano, marito e moglie cominciano un duetto comico. Gli ospiti applaudono calorosamente. Poi qualcuno tra il pubblico chiama a gran voce Linuccia. Ed ecco che Ernesto va a prendere sua figlia in cucina la solleva sul tavolo e accorda le prime note di una canzone.
Il proprietario dell’Eden guarda e ascolta con attenzione sempre crescente la piccola cantante. E’ proprio una bambina prodigio. Quando Lina termina la canzone ottiene un applauso fragoroso e lungo: “Brava Linuccia! Brava!”
E’ mattina. La trattoria è vuota, una giovane torce lo straccio con cui sta lavando il pavimento tra i tavolini. Ad un tavolo però un ospite c’è: è Beniamino Canetti, che sta parlando con i proprietari della trattoria, con loro c’è anche Linuccia. Il poeta dice ai due attoniti genitori che la loro figlia ha un futuro straordinario perché è dotata di grande talento artistico. “Vi rendete conto della ricchezza che avete tra le mani?”.
Alla parola ricchezza, Ernesto che pareva piuttosto assonnato, si tira su e in men che non si dica decide insieme alla moglie di dare ascolto all’illustre frequentatore della sua trattoria.
Saceccia però interviene perentoriamente: “Erné, io la bambina da sola non ce la mando! Non è che voglio insinuare qualcosa, ma non tutti sono gentiluomini in questo ambiente…” e il marito le risponde: “Dovremo sacrificarci e accompagnarla a turno”. Gli adulti si voltano finalmente verso Lina, che ha tenuto il suo sguardo fisso sugli interlocutori e che con occhi raggianti di felicità ora afferma: “Sì, mamma mi piacerebbe tanto…”
“Bene!” eclama Canetti “allora… è fatta! Ma per prima cosa, dobbiamo trovare un nome adatto ad una grande cantante, un nome d’arte… Io proporrei… Lina, sì, Lina… Resal! Vi piace?” Si voltano tutti verso la bambina che spalanca gli occhi sciogliendosi in un sorriso irresistibile.
Lina passa di teatro in teatro e di provincia in provincia, seguita da un codazzo di ammiratori e sorvegliata a turno dal padre e dalla madre. L’eco di questo fenomeno fa il giro di tutta Napoli. La famosa Elvira Donnarumma, quando si imbatte casualmente in una esibizione di Lina in un café-chantant, si sofferma ad ascoltarla ed è costretta a riconoscere il talento della bambina. Lina però è ancora troppo giovane per rappresentare una rivale pericolosa. “Tanto… di promesse è pieno il mondo!” commenta la grande artista napoletana.
Lina è una bambina dal carattere allegro e spensierato e svolge il suo lavoro con professionalità e dedizione, quando non è impegnata in teatro aiuta i genitori in trattoria. La Trattoria delle Rose, ora, è ancora più famosa e ben frequentata.
Trascorrono cinque anni. Lina si è trasformata in un’adolescente sensuale ed affascinante: ha quindici anni, siamo nel 1921. E’ bella, allegra, vivace, ma senza mai strafare. Ha classe, ma è semplice, è dolce e socievole, rispettosa dell’ordine famigliare ed estroversa. Nonostante il vortice mondano in cui è stata trascinata, non si è montata la testa. Gli ammiratori cominciano a corteggiarla con ossequi e mazzi di fiori, ma lei non ci fa caso e frequenta, come si conviene a una quindicenne, soltanto la famiglia e l’ambiente che l’ha circondata fin da bambina.
E’ proprio nell’ambito della trattoria che Lina fa un incontro determinante e che muterà le sorti della sua vita. Comincia a frequentare la trattoria delle Rose, ma da nuovo fornitore, il giovane proprietario di un catena di salumerie, Pasquale Sansone, che subito nota il fascino della giovanissima. Intensi sono gli sguardi che i due si scambiano in occasione delle visite settimanali di Pasquale, quando prende le ordinazioni di Ernesto ‘o canteniere. Lina ne è conquistata.
Pasquale è bello, sa comportarsi da uomo ed essere galante, gestisce bene i suoi affari ed è un gran lavoratore. Non s’interessa alla canzone ed ignora il mondo degli artisti, perciò, è con sorpresa che scopre che Lina è una famosa cantante. Decide quindi di andare ad ascoltarla una sera mentre si esibisce a teatro e, se da una parte rimane folgorato dal suo talento e dal suo fascino, dall’altra, con meno entusiasmo, nota di non essere il solo ammiratore della ragazza: il teatro ne è pieno. Così, proprio quella sera decide di dichiararsi: non può perdere altro tempo.
In una assolata giornata primaverile Lina e Pasquale si sposano. I genitori di Lina sono raggianti per questo bel matrimonio. E che sia anche economicamente conveniente non dispiace a nessuno. A Lina, poco più che adolescente, importa solo del suo Pasquale. Il loro è un vero amore.
“Certo” si mormora tra gli invitati, all’uscita della chiesa, pronti per il bombardamento di riso “che bei giovani! e che bel matrimonio! Peccato che Lina non canterà più. Pasquale Sansone le ha fatto prendere l’impegno di dire addio alla canzone!”. Tra gli invitati, con aria abbattuta, Beniamino Canetti e gli altri artisti che hanno circondato Lina in questi anni di gloria, la guardano allontanarsi al braccio del suo sposo. Lei sembra felice, ma per loro non si tratta di una festa, bensì di un addio. Il discorso che Pasquale le ha fatto è molto chiaro: Lina non dovrà più né cantare, né aiutare il padre in trattoria, con quello che lui guadagna ce n’è abbastanza per tutti e due.
Per Lina, innamorata del suo uomo e di educazione tradizionale, inizia un periodo durante il quale le giornate trascorrono tutte uguali e grigie, tra le faccende domestiche e le squisite cenette con le quali accoglie il marito la sera. Le notti sono infuocate, Lina è un’amante giovane, ma intraprendente e appassionata e, in ogni caso, i due sperano che arrivi un figlio ad allietare la loro unione. Insaziabili, ogni momento libero è buono per fare l’amore e Lina, subito dopo, non resiste all’impulso di intonare qualche vecchia canzone. Pasquale, però, non mostra di apprezzare e, pian piano, lei perde l’abitudine di cantare anche solo sottovoce.
Durante la settimana, però, Lina è sola, il tempo scorre lentamente segnandola di un velo di tristezza. E, in primavera, lei si ferma a guardare fuori dalla finestra il cielo riempito da mille rondini, che girano vorticosamente lanciando stridii acutissimi, così che la giovane donna si perde nei ricordi. Questo turbinio di rondini assomiglia tanto alla vita trascorsa da artista, all’attesa febbrile nel camerino, agli umori, agli odori, ai colori del teatro e all’ingresso in scena, tra gli applausi del pubblico. Lina, pur senza volerlo, è trasportata dal ricordo in quella sensazione inebriante di quando, con la sua voce, liberava il petto, il cuore e i polmoni verso l’alto, nel cielo infinito, fino a dare tutto di sé, fino a spossarsi, piena di amore e di gioia appassionata per la vita.
Ma questo volare in alto, oltre le sue stesse forze, sembra non mancarle: Pasquale è più importante di tutto, perfino di lei stessa e la sua gioia è di rimanergli accanto. Pasquale è la scoperta dell’erotismo, del suo giovane corpo di donna e del piacere sensuale che può lecitamente ricavarne. E quando lui torna a casa, la sera, ogni malinconia sparisce d’incanto.
Figli, però, non ne arrivano e dopo appena cinque anni di matrimonio, Pasquale si ammala gravemente di tifo e muore.
Lina rimane vedova e sola. All’inizio piange inconsolabile, poi, inevitabilmente torna a frequentare la trattoria del padre, dove Beniamino Canetti non ci mette molto a convincerla di tornare a cantare.
Dal 1926, data del suo rientro in scena, Lina è la nuova incontrastata diva della canzone napoletana. E’ tornata a frequentare la gente di teatro e le piovono offerte molto vantaggiose. I suoi ammiratori ricompongono le file e se ne aggiungono altri. La fama di Lina Resal dilaga: non è più una promessa, ma una certezza.
Elvira Donnarumma comincia a impensierirsi. Teme Lina in modo viscerale, astioso, violento. Intorno al 1929 la grande Donnarumma comincia a subire gli assalti dell’età e Lina è giovane, piena di talento e di energia. In questi anni i duetti che si combattono tra le due cantanti rimangono celebri, come pure le tenzoni tra la Resal e Gilda Mignonette (la Regina degli Emigranti).
Nel 1931 Gilda Mignonette rientra dagli Stati Uniti a Napoli, dove pensa di trattenersi per qualche tempo. Grande è il suo disappunto quando scopre che sui manifesti del teatro Bellini il suo nome appare con gli stessi caratteri con i quali è stampato quello della Resal. Ma la rabbia esplode in scena constatando che la giovane Resal riscuote gli stessi calorosi applausi.
Il giorno dopo, Gilda Mignonette si dà ammalata e lascia sola sulla scena Lina insieme con il tenore Augusto Ferrauto.
Di lì a qualche settimana, la Mignonette se ne torna negli States.
Questa è la stagione più feconda di Lina, la più produttiva. Finalmente arriva ad allietare la sua esistenza un nuovo amore, il ‘grande amore’ ricambiato per Cristofaro Lético, poeta e autore di scenette teatrali. Lina diventa l’interprete delle più note canzoni dei più grandi musicisti napoletani, ma soprattutto la musa ispiratrice e divulgatrice delle canzoni di Lético, alcune comiche come L’ombra della buonanima (chiaro omaggio alla memoria di Pasquale Sansone), altre drammatiche, come Nun sia maie. Non più rinunce: il sodalizio amoroso e artistico con Cristofaro è esaltante e appagante. Lina può ora esprimere al meglio e con maturità di donna e di artista ogni sua qualità.
Negli anni tra il 1926 e il 1936, l’astro della Resal splende luminosissimo a Napoli. Lina guadagna grosse somme contribuendo anche alla felicità di suo padre che ha la fama di uomo assai attaccato al denaro. Ernesto ‘O canteniere non misura il successo della figlia dalla grandezza del suo nome sui manifesti, ma dai soldi che lei guadagna. E così, di solito chiede: “Linù, quanto hai incassato oggi?”. Una volta però, con lo spirito che la caratterizza, Lina torna a casa clamorosamente a bordo di una carrozza, interamente coperta di banconote da cento lire attaccate al vestito con gli spilli da balia. L’episodio fa il giro di Napoli e le procura ancora maggior sostegno e ammirazione da parte del suo affezionatissimo pubblico.
“Sono molto felice” dice di se stessa Lina “non perché io sia una cantante famosa. Sono felice perché amo Cristofaro e Cristofaro ama me”.
Lina Resal è una professionista puntuale e coscenziosa e nonostante nel 1936 si ammala molto gravemente di bronchite, si reca ugualmente nella sede della Phonotype Record per incidere il suo ultimo disco. In brevissimo tempo è costretta a letto dalla febbre, dove si consola cantando con voce sempre più flebile Nun sia maie la canzone che Cristofaro le ha dedicato a suggello del loro amore.
Lina si spegne appena trentenne in una gelida mattina d’inverno, il 16 febbraio 1936, nella sua casa di via degli Orefici.
Cristofaro piange lacrime amare, Napoli tutta piange, la scomparsa di Lina Resal e della sua grande e genuina voce.
Napoli Primavera 1975
Nella sede della Phonotype Record scorrono le ultime note di Nun sia mai : la voce della Resal e stata finalmente recuperata.
Mentre in sala d’incisione i fratelli Esposito si tolgono le cuffie, da una finestra aperta uno stormo di rondini volteggia in un frinire frenetico, festoso e irresistibile.
E’ l’imbrunire di un tiepido pomeriggio di primavera.
Brogi,_Carlo_(1850-1925)_-_n._10245_-_Napoli_-_Riviera_di_Chiaia_colla_Villa_nazionale

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La nuvola di Giada 
20 Marzo 2016
Aprire il mondo dentro di sé e cercare, accogliere un’esistenza attraversata soltanto in apparenza. Esprimere la rabbia che costringe i rapporti umani all’usura del consumo quotidiano. Lasciare che la natura permei di discorsi incessanti lo scorrere di un tempo limitato, vita non scelta, sempre dolcemente accarezzata.
Un giorno un pittore osserva da lontano una donna arrivata nel grigio di un autunno piovoso in un paesino di montagna. Non ha il coraggio di fermarla, di cercare un dialogo con lei, chiusa in se stessa, immersa in una nuvola nera che la segue ovunque. Allora decide di disegnarla nuda, così come la immagina e le lascia il disegno sulla soglia di casa.
Al mattino uscendo lei calpesta distrattamente il disegno, si accorge che è bello, lo raccoglie e lo appende al muro. Sa di essere lei la donna raffigurata, rimane sorpresa a guardare se stessa come mai avrebbe osato rappresentarsi. Partirà intraprendendo il viaggio dentro di sé che la costringerà a amare profondamente l’ombra grigia che la perseguita. La nuvola ben presto sarà paesaggio della sua vita trascorsa nella paura, sarà l’azione coraggiosa di accogliere i ricordi dolorosi delle persone amate.
Sarà la gioia di trovare le parole per abbracciare le piccole ribellioni, le grandi scommesse, il triste andamento delle relazioni del suo tempo. Così, trasformando le ore del suo cammino, il tempo le dona la leggerezza per reinventarsi e capire finalmente che non esistono soltanto sconfitte e tormenti. Con la forza della passione e della volontà, il suo cuore riprenderà a pulsare, a amare, a dare nuova vita ai sogni sbiaditi attraverso il colore della giada. La speranza abbandonata animerà nuovi candidi sorrisi e infinite possibilità.

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