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L’estate a Bari. Confessioni e tracce di ricordi

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L’estate a Bari. Confessioni e tracce di ricordi 
24 Marzo 2016
Ti prego Paolo, rimani da me anche stanotte, mi sentirei troppo sola, ho la sensazione che mi pentirò.
Perché gli hai detto di no?
Non lo so, ma sono certa che tutta l’energia che avrebbe sprecato con me la infonderà nei suoi quadri.
Hai ragione, è giusto…
Paolo dorme nella stanza di mamma e io in quella di mio fratello come al solito.
Al mattino molto presto, disteso sul letto ma pronto per uscire, mi ascolta mentre prego: dice di rilassarsi enormemente al ritmo musicale del mio canto all’Universo.
Prendo la macchina e accompagno Paolo a casa. Insiste per fare un’ultima colazione insieme in un bar, poi ci salutiamo, rigidamente, un po’ impacciati come sempre.
Rientro a casa e, dopo tanto tempo, sono di nuovo sola. Ho la sensazione che il tempo si sia fermato, non sono in grado di preparare i bagagli, né di fare alcunchè. Rimango sul dondolo a guardarmi intorno incapace di decidere cosa fare. Ogni tanto mi alzo e cerco in casa le tracce di qualcosa che non esiste più e che non ha alcun significato, rivedo fotografie che non possono consolarmi, e so che tradisco l’amore fraterno che ci ha uniti, so di essere un’egoista, so di versare lacrime inutili che servono soltanto a farmi del male. La pratica mi aiuta a capire ma c’è il corpo che non vuole mollare, che sente la rabbiosa mancanza di qualcuno che c’è sempre stato nella mia vita, che avrei dovuto e voluto proteggere, che non sono stata in grado di aiutare.
Nessuno dei ricordi che si affacciano degli ultimi anni trascorsi è consolante per me. Mi ritrovo a giocare un ruolo che non mi appartiene, tradisco proprio colui che più ho amato e che più credeva in me. Forse rinunciare all’amore casuale rappresenta una scelta, prendermi una responsabilità anche se di negarmi. Ma sono stordita dal dolore e dalla fatica di vivere una vita che sento inutile, il mio lavoro non va bene, che mi crea violentissimi attacchi di panico. Mi consola un po’ aver trovato in questa città desolata almeno un’amico. La maggior parte dei miei stessi amici conoscono Paolo, ma io non l’avevo mai incontrato personalmente, la mia frequentazione della città è stata sempre molto saltuaria e poi la sua generazione si è gettata via ancor più della mia. Penso ai tanti matrimoni andati in frantumi, e mi viene in mente la storia dell’abito da sposa tagliato per dispetto a striscioline. C’è un che di poetico nel atto di tagliare a fettine un abito da sposa, io che non l’ho mai indossato, posso capire la suggestione di tanto scandaloso gesto, ma chi l’ha comprato e conservato gelosamente nella naftalina non può non averne subito l’onta.
E poi ci sono i figli, seminati secondo me un po’ a casaccio, qua e là, come prolungamenti di sè, nati per cementare relazioni basate più sull’uso del potere che per scelta consapevole e per amore. E’ tutto così meschino quello che attiene i rapporti di coppia in questa Italia meridionale cattolica e modernizzata.
Il giorno dopo indugio ancora, inchiodata a fissare il vuoto, il tempo scorre, arriva qualche telefonata. Si chiacchiera del più e del meno, racconto del tempo trascorso con Paolo che l’amica dall’altra parte del telefono conosce e del suo amico che voleva fare l’amore con me.
Chi è questo amico?
Che importa chi è?
Dai dimmelo…
Si chiama…
Cooome? E tu, ti sei presa il lusso di dire di no ad uno degli uomini più belli della città?
Ma dai, una volta tanto che ho detto no!
Sei pazza…
Lo so, ma va bene così…
In realtà io non sono ammalata di zitellaggine non ho paura di restare sola e non mi tengo stretti i fantasmi delle relazioni, sono una specialista delle separazioni e non mi preoccupa perdere qualcuno perché so bene che la paura è già una sconfitta. Soltanto due persone non volevo lasciare andare, due uomini generosi, gentili, belli, e li ho persi tutti e due, troppo presto, troppo dolorosamente, con troppa sofferenza, cos’altro può sconfiggermi: niente più!
Sai cara, io sono del parere che il famoso proverbio ‘ogni lasciata è persa’ in realtà significa che ‘ogni lasciata è… rimandata’.
Riesco anche ad essere spiritosa, a gustare il sapore della la vita e questo è già tanto. Ripenso ai giorni trascorsi con Paolo. Non avrei mai creduto di poter donare qualcosa di me in questa torrida estate e invece Paolo non ha fatto altro che incensarmi e parlare bene di me con le sue amiche, a quando la demolizione? So che per lui sono importante soltanto nella misura in cui riesco rappresentare un comodo rifugio, riesco a farlo ragionare, a ridargli speranza, a farlo riemergere dal tormento.
Finalmente giunge un’alba ovattata, silenziosissima e quieta, getto in macchina le poche cose che mi sono portata dietro e parto alla volta di Napoli, sapendo di non avere ancora assaporato la sconfitta che mi attende al varco e di doverla una volta per tutte affrontare.
E infatti gli eventi precipitano, incontro colui che rappresenta da più di un anno il carceriere a cui sono soggiogata, che fatalmente mi toglie tutte le speranze, gioca con me come il gatto con il topo, mentre io sono al limite della follia, della confusione più totale, sono sulla strada del declino che arriva puntuale come una mazzata.
Dimentico i ricordi dell’estate, ma un disegno sconosciuto lavora lentamente e inseorabilmente per farmi capire il valore della mia vita portandomi lontano e pure così vicina al cuore delle cose, e all’essenza della fede.

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