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Scheggia d’amore impazzita

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Scheggia d’amore impazzita
15 Marzo 2016 
Una scheggia appare all’alba dell’esistenza, quando l’amore è tutto in nostro potere e la ragione non spiega e i discorsi non muoiono mai. Una scheggia d’amore tra le dita di una mano. Nasce nel fuoco dell’amore assoluto, impossibile da descrivere e si nutre di un progetto ambizioso. Non compromessi, non i possibili scambi del corpo con il sesso, ma un amore tentato sul filo del rasoio di un’epoca tristissima e divina. Si nutre dello spettacolo di sé e fugge via lasciando ricordi memorabili e botte da orbi.
Amore lodevole della sua infedeltà.
Scheggia d’amore impazzita, trasformata nel tempo con cadenza ricorrente, indissolubile, reale e sospinta dall’onda di un desiderio inquietante. E poi, la musica a colorare i sogni della notte e le aggressioni verbali. Il sole che filtra dalle vetrate delle biblioteche, nelle aule affannate a sostenere esami che non davano l’ombra di un afflato. Il mare salato e le chiese per la via, fresche nella calura estiva.
Scheggia impazzita tra le dita di una mano, la vita che non sapevamo sollevare al di là del cuore. Scheggia d’amore cresciuta e poi evocata nella frenetica ricerca della conoscenza, nel triangolo in cui è nata. Scheggia rigorosamente consacrata all’Edipo e alle risonanze dell’eroe che cerca la sua strada, nelle aule universitarie, nei gruppi autogestiti e nelle tante risate, nel tempo trascorso a parlare, ridere, a bere caffè per scoprire di non voler amare che se stessi.
E cambiare….
Non sapevamo di che cosa veramente si trattasse, restavamo per lo più in silenzio a recitare sconce poesie, me ne ricordo una:
– Mi chiese, e mi chiese, e mi chiese ancora….
Imbavagliati dalle nostre idee raffazzonate, caduti per non ricordare inseguendo una fede che ognuno portava dentro, che aveva consacrato il cuore alle idee, che aveva fatto la valigia ed era partita alla volta della vita.
Per dilatare il tempo dell’azione, gli eventi hanno portato la scheggia a navigare, andare ad abitare isole vicine di uno stesso quartiere, manifestandosi come irresistibile fame d’amore.
Una data non è necessaria, tanti gli anni e tanta la vita dentro le cose che non ci siamo detti. Strano, perché a parlare è sempre l’amore di allora trasfigurato nei volti che apparvero, le voci amiche, i cuori ritrovati impossibili e reali. La scheggia impazzita nutrita dunque soltanto del meglio della vita per insegnarci, ora lo so, che mai si sarebbe affievolito il desiderio di cercare, del trovare dentro ognuno di sé l’universo che profondamente ci appartiene, che volevamo rifiutare e mai avremmo potuto controllare.
C’era un silenzio esasperato presago di tanti facili addii. Un freddo calcolato e in seguito avremmo negato gli inutili appelli dell’amore che non voleva mollare.
Cosicché la scheggia impazzita poté volare soffermandosi ogni tanto per un saluto, uno scazzo, un’offerta d’aiuto. Straordinario modo di sentirci profondamente ed essere ciechi, ognuno seguendo l’orma della propria impronta, ognuno godendo dei propri limiti abituali e delle libertà imposte, ognuno cercando, al di là del tempo, le risposte ai dolori, alle accuse che tormentavano. Ognuno artefice del proprio destino immaginando di fantasticarne un altro.
Allora resi manifesti i mondi paralleli, le vite incrociate, spazio necessario a descrivere il cambio di frontiera, per tracciare ciò che è avvenuto, tenendo ben presenti i sogni a premonire, a distaccarci da quanto sarà stato.
Non la comune formazione culturale la strada che ci fa ancora ritrovare, la strada che sperde e fa perdere in dialoghi assai lontani.
E, quando non è la propria formazione a sostenere l’amore, l’onda fa la strada e non rimane che l’addio, la buona distanza a suggellare l’evento trascorso e il futuro da proteggere ancora.
Non parlo di persone in carne e ossa, ma di forme dell’amore che non si nutrono di contratti sociali, spesso si contraddicono, fanno impazzire di dolore e non spiegano i perché, ma alimentano di fuochi fatui le residue passioni.

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