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Mr. Grey e Arlecchino

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Mr.grey e arlecchino
8 Marzo 2016 
Mr Grey e l’Arlecchino stanno facendo a botte in un casino di baci affollati di notte e di giorno, ripiegati nell’anfratto delle ore a pendere da un lato e massacrarsi di gelato. Altro che smania, altro che voglia, questa è la soglia del peccato più nero, ti attraversa e conversa con le nubi nel cielo sereno, limpido, turchino, un cielo da pittore screanzato, ricopre tutto il creato e assorbe il tempo sciogliendo pietre e navigando in altri mari. Altro che lampadari accesi a scongiurare le paure di un bambino, qui il nero è pece e non in vece del grigino piccolino e sfocatino.
Qui si fa sul serio e ci diverte la morte e ci giochiamo a sorte la cuccagna, nessuno ci guadagna soltanto un po’ di cantonate e delusioni e poi prigioni colorate, ecco, affamate e solitarie con il noioso scorinare le bugie per un sorriso che gabella e tace quieto e falso nel sereno.
Te lo sei messo il vestito della festa, te lo sei messo l’archibugio in testa, te lo sei messo quel maglione colorato e poi sotto ce l’hai il violato tormento di un piacere senza fine e poi ce l’hai la ragione e poi quand’è che correrai anfitrione e poi quand’è che volerai con la ragione dei pochi e la voglia di scoprire se da un parte, ma solo in parte, ti perdono e poi ti abbandono, per ritrovarti in diecimila fantasie, in poche poesie perché sai, dei poeti è la sorte, dei poeti è la morte.
Alla mia corte, splendore di rose profumate e asfalto fetido per la tua bicicletta, pedala pedala in fretta e cerca di trattenere il fiato perché io l’ho bevuto con un bicchiere di vino rosso andato a versarsi sulla rosa bianca del peccato.
Sorridevano inermi e disperavano di vedere il giorno i vermi nascosti nel mio teschio, poche righe da attraversare e già il tramonto a spargere quel rosso generale di costante progressione verso la fine, verso l’incontinente desiderio, verso le apparenze del giglio puro, ma era semplicemente un giaciglio dove mi avevano steso al sole affinché riprendessi la vita interrotta per caso e lasciata a marcire sotto coltri di papaveri e viole.
Non te ne accorgi del povero scemo mutilato, privo di orpelli e triste nella mestizia da ricorrenza paludata. E invece io l’ho sognato, inseguito, rantolante nella seta e riportato a miglior vita e che sciocca la benda tra le dita a rimarginare una ferita mai esistita.
Davvero era l’eroe dimenticato, il re del giovamento, la pecora ammansita che fugge trascinando in una corrente di furore tutto il tuo sguardo annebbiato. Non vedi com’è bello il peccato, non vedi che il povero massacrato è il grigio delle ore, l’incapacità di scegliere il volo, l’ho portato in seno alla follia del mio volo sbrindellato. Eccolo che splende sopraffatto dalla ragione, incollato alla sua prigione dorata, un’armata finge di assalirlo e lui precede con la mazza ferrata in pugno e libero distende le ali cantando strofe sconce e piccole emozioni. Eccolo, datato personaggio, in seguito a un lavaggio sbagliato, scolorito nel pensiero di un mago, si affaccia alla finestra e finalmente respira, lieve si sottrae alla condanna, distende le ali e vola.

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