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Interfacoltà

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Interfacoltà
5 Marzo 2016 
Il vento nella botte
appunti di Rosario Mangiaracina
Bari 1983
Trentasette anni orsono: 1946. Un anno dopo la fine della seconda guerra mondiale. Un anno prima della mia laurea in ingegneria industriale, sottosezione elettrotecnica, conseguita presso l’Università di Napoli il 28 marzo 1947.
Non si tratta di un viaggio, a meno che non si voglia definire viaggio anche un’esperienza vissuta in un lasso di tempo limitato percorrendo alcune strade desuete e ritornando, quindi, alla propria base di partenza per svolgere in prosieguo alle ‘vacanze’ la normale propria vita di lavoro. Una parentesi e nulla di più con le sue nostalgie, con i suoi ricordi, con i rimpianti e con i suoi aspetti gratificanti.
Il viaggio che io compii fra il ’46 e il ’47 fu quello nella politica attiva: una esperienza mai più ripetuta nella mia vita e che credo, forse, non si ripeterà in quella che mi rimane da vivere.
La vita universitaria, al cessare del conflitto ed almeno presso l’Università di Napoli non era gran cosa. Anche il GUF (Gioventù Universitaria Fascista), alla quale mi ero iscritto perché non si poteva fare altrimenti, non mi aveva dato gran che ed io ben poco le avevo dato, partecipando raramente o per nulla alla sua attività e ciò non per avversione alle sue idee politiche ma semplicemente perché non volevo perdere del tempo che ritenevo prezioso, in riunioni o adunate, mi interessava studiare e far presto, avevo fretta di uscire dall’Università per immergermi, quanto più presto possibile nell’attività professionale e di lavoro. Soffrivo per la sconfitta subita dall’Italia e mi vergognavo molto che un certo numero di fuoriusciti i quali avevano complottato contro la Nazione in guerra, fossero ritornati in Italia, molti dei quali al seguito delle truppe straniere vincitrici e facessero buono e cattivo tempo, vantandosi e dichiarandosi gli unici salvatori di quel poco che ancora ci rimaneva. Ed era veramente ben poco.
Ero fermo al semplice ragionamento: dei due campi nei quali si era suddiviso il mondo, uno aveva prevalso, inutile era ogni furberia, ogni sotterfugio, ogni cavillo, occorreva che il nostro popolo accettasse dignitosamente la sconfitta e dignitosamente si rimboccasse le maniche per ricostruire quanto era stato distrutto. Il cammino sarebbe stato lungo, doloroso e faticoso ma la nostra Italia, alfine, sarebbe risorta a nuova grandezza.
Il lavoro e solo il lavoro avrebbe, mi ripetevo, ridato dignità e prestigio nel consesso delle nazioni. Non accettavo, non mi riuscì mai di accettare, gli sciacalli che divorando i cadaveri si proclamavano, durante l’infame pasto, i vincitori morali della guerra.
All’Università si cominciava, durante il tempo disponibile a discutere di politica: non eravamo abituati ma avevamo anche vent’anni e tante risorse e tanta volontà. Non nascosi ai miei compagni di studi quali fossero le mie idee politiche: non rinnegare il passato, non rimpiangerlo, accettare la situazione di sconfitti, lavorare alacremente per la ricostruzione materiale e morale della Nazione, porre le basi per una giustizia sociale, per una nuova pace duratura in libertà degli animi e degli individui.
Nel 1946 nacque in Italia il Movimento dell’Uomo Qualunque attorno al giornale fondato dallo scrittore Guglielmo Giannini. Oggi Uomo Qualunque e qualunquismo hanno assunto un significato deteriore e ciò, secondo me, perché storici e pseudo-storici poco attenti ed uomini in cattiva fede hanno voluto conferirglielo. Secondo me non è così. Bisogna ritornare con mente ed animo sereno a quel periodo. Subito dopo la guerra, fine del 1945 e primi mesi del 1946, il cittadino Italiano o si trovava fra coloro che erano sospettati o addirittura inquisiti per aver svolto attività fascista o erano dei silenziosi che non si azzardavano a far sentire la propria voce o avanzare le proprie istanze per paura, paura fisica, di dover, prima, documentare la propria appartenenza ai Comitati di Liberazione Nazionale o alle Unità Combattenti Partigiane. Sembrava che solo questi ultimi avessero qualcosa da dire, proporre, rivendicare. Un popolo di muti sconfitti e una minoranza di vincitori vocianti. Questo era in realtà il clima in cui si viveva e mi riferisco al Sud ove la guerra era in realtà terminata un paio di anni prima, perché nel Nord ove la guerra era infuriata fino al maggio del ‘45, ancora sangue si versava per le strade fra fratelli. In questo clima il giornale di Giannini ebbe il gran merito, merito che un giorno verrà sicuramente riconosciuto e rivalutato da uno storico onesto, di aver prima timidamente difeso il cittadino italiano e poi, man mano che sempre più larghi strati della popolazione si raccoglievano attorno ad esso, di aver con forza e decisione espresso, talvolta gridato, il diritto dell’uomo qualunque di dire la propria opinione, di esprimere le proprie critiche, di dire i propri sì e i propri no. Il diritto dell’uomo qualunque, si badi bene, che non era stato partigiano, era stato fascista come la stragrande maggioranza degli italiani lo era stato, di dire la parola fine alla guerra fra fratelli iniziando in ‘libertà’ la ricostruzione del Paese. E vi par poco?
Vi aderii anch’io perché mi sembrava giusto quel che il giornale diceva ma non presi alcuna tessera quando il Movimento tesserò gli aderenti. Dopo la tessera della gioventù fascista che mi veniva annualmente consegnata insieme all’iscrizione alle scuole, non ho voluto, mia sponte, alcun’altra tessera, così ho fatto per tutti questi anni, così spero di fare per l’avvenire. L’adesione morale e di principio al Movimento dell’Uomo Qualunque significò per me, in perfetta onestà d’intenti, l’adesione ad una attività politica di tipo liberale progressista, evidentemente non determinata dal censo o dall’appartenenza ad una famiglia o ad un clan economicamente potente; era una collocazione intimamente sofferta, ragionata e liberamente condivisa dopo anni di una dittatura se pur blanda e non opprimente da me in tenera età ideologicamente accettata ma dalla quale, con la guerra perduta, riconoscevo essere giunta la fine inesorabile, definitiva, senza possibilità alcuna di appelli, ritorni o rigurgiti. Il Fascismo era entrato definitivamente nella Storia dell’Italia e della storia non ci si vergogna mai, semmai la si studia, si cerca di comprenderla, capirla, si cerca di farne tesoro per migliorarsi, progredire. Facevo parte con grande orgoglio di una famiglia piccolo borghese che aveva sempre affidato al diuturno e diligente lavoro nella burocrazia statale le sue possibilità di sopravvivenza e di affermazione. Miravo a costituirne al più presto una che avesse le stesse caratteristiche e le stesse aspirazioni di diligenza, di operosità, di onesta alacrità, non condividevo per nulla le idee rivoluzionarie di taluni che miravano a sconvolgere le istituzioni e trasformare più o meno traumaticamente la società. Ritenevo e ritengo tuttora, dopo tanti anni e dopo tanta esperienza vissuta che la società deve essere trasformata lentamente compiendo passi di civiltà, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Ogni rivoluzione, ogni trauma violento finisce inesorabilmente col fare emergere e col portare a galla la melma e gli individui peggiori. Il lento ed inesorabile avanzare della civiltà e le durature conquiste civili portano invece all’automatico affermarsi di nuove posizioni valide e più giuste. Questa la mia collocazione politica di allora, questa, dopo tanti anni la stessa mia collocazione politica di oggi.
Nel 1946 si svolsero le prime elezioni che chiamerei pseudo politiche all’Università di Napoli: dovevano essere eletti i rappresentanti di ciascun corso, della cosiddetta Interfacoltà: ciascun candidato non era protetto da un simbolo di partito né si erano costituiti, nell’interno dell’Università, dei gruppi a palese colorazione politica. Ciascun candidato si presentava alle elezioni singolarmente, e chissà mai che non sia poi il sistema migliore, dopo aver svolto una propaganda circa i suoi programmi, le sue istanze da sottoporre alle autorità accademiche, le sue aspirazioni da far valere nell’ambito della vita universitaria nell’anno in corso. Mi presentai candidato a rappresentare il quinto corso della facoltà di ingegneria, fui eletto con un largo suffragio di voti. Ricordo alcuni altri rappresentanti che fecero parte del primo Consiglio Interfacoltà dell’Università di Napoli: Luigi Galdo di chiara espressione e derivazione democristiana, Giorgio Napolitano già allora esponente ed operante nell’area cosiddetta di sinistra, oggi uno dei massimi componenti della Direzione del Partito Comunista Italiano.
Nell’anno che seguì le elezioni, non furono evidentemente compiuti grandi passi, non si riuscì a concludere molto né a strappare a chi aveva il potere di decidere grandi concessioni, però nelle frequenti riunioni del Consiglio Interfacoltà di cui ero giunto a far parte, molti furono i problemi dibattuti, fecondo fu il lavoro di analisi e di sintesi destinato per la maggior parte ai Consigli che seguirono quel primo, che all’immediato conseguimento di risultati concreti. Fu un seme gettato nella terra, per troppo tempo lasciata arida e volontariamente incolta.
Di quel primo e unico viaggio io serbo un ricordo grato. Quella lontana esperienza, di proposito non ripetuta, certamente servì a maturare la mia persona ed a rafforzare un credo nella libertà che tuttora permane.
Esistono ancora i Consigli Interfacoltà? Non credo proprio. Sono stati probabilmente sostituiti da altri organismi rappresentativi sempre più politicizzati e sempre meno utili alla gioventù studentesca.
Ing. Rosario Mangiaracina
Nota:
‘alle elezioni politiche del 2 giugno 1946 ottiene il 5,3% dei consensi (Giannini risulterà il più votato dopo De Gasperi e Togliatti) alle amministrative dello stesso anno si affermerà come primo partito in molte città del Centro-sud. Sincero democratico, di sentimenti repubblicani e liberali, grande comunicatore, Giannini inventò la moderna antipolitica come strumento per fare politica. Fondamentalmente ingenuo e non abbastanza spregiudicato non si accorse, però, che la Democrazia cristiana, suo principale avversario nell’area moderata, aveva bisogno dei voti andati al “Fronte dell’Uomo Qualunque” e perciò si mosse in modo deciso per farlo scomparire’.

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