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Stop making sense

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La sensibilità che ci appartiene, l’urlo che non conviene scongiurare, le porte socchiuse attraversate dai silenzi, la banda allegra passa, racconta il sortilegio confuso tra il trombone e lo schiaffo dei piatti. Anima leggera per quanto tempo ti accontenterai di mentire seduto su una sgangherata poltrona recitando il ruolo di chi ha ottenuto un misero potere. Anima leggera esci e comprati un pezzo del mio cielo, dai da mangiare al bambino pezzetti di vetro colorato, suona all’aperto, trascina la folla in disuso, fai di te la moneta che cerchi in un tombino, esci dal fuoco, parla con le parole del vento, esci dal ruolo che hai voluto per due briciole di pane salato, Il sole applaudirà contento, solleva il tuo sguardo al di là di questo insulso pensiero.

Cataste di parole sgangherate al posto di rime letterate, che a raccontar non ci vuole più niente neppure il sapore, il sapore delle fragole, se vi viene in mente di guardare al futuro Asimov può farvi compagnia più di tutte le guerre e i telegiornali. Non era questo, sì era questo, è il mondo meraviglioso esanime che attraverso, son capace, non son capace, sono stata attenta quanto ho voluto, quanto ho potuto. Si muore per la vergogna molto in Giappone, sarà che io sono un po’ orientale. Stavo lì a bere il tè con chi non lo ricordo ma se penso ad un colore immagino la mia amica del cuore sollecita, preziosa, raggiungermi in salotto con la guantiera e il bricco più pregiato, fumante odoroso e i biscottini, non quelli scontati del supermercato ma i dolci egiziani che faceva sua madre a natale rigorosamente conservati in una scatola per me con amore. Fingevo sorpresa per farla felice, fingeva che io fingessi bene, per amarmi come soltanto lei sapeva.

Psicologismi, inestetismi, cameratismi, carrierismi, vattelappesca con la scarica elettrica. Cominciammo a suonare e venne giù il diluvio, cominciammo a camminare e franò la strada, cominciammo a scalare e la montagna si fece deserto. Inestetismi, psicologismi e gattò di patate, quante bordate remando controcorrente. Nelle parole, perché di fatti son piene le fosse. Cadono le foglie, c’era una volta un bosco e adesso non c’è più: venite, venite, c’è lo spazio di un supermercato, spazio assicurato. Il vento corre, i vento non lo fermi, il vento ascolta, il vento tace. Stop making sense e chitarre abbandonate.

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