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Attitudine, carriere e scivoli

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Attitudine, carriere e scivoli.
4 Aprile 2016
Erano ben più grandi di me, avevano già attraversato le loro carriere di scrittori, ideatori, programmisti e registi. Li frequentavo con la mia sete di imparare il mestiere, con la voglia di carpirne i segreti, mi avevano accolto con piacere e benevolenza, perché ero la nipote di un loro vecchio amico.
Ricordo le cene, – ascoltando i loro aneddoti di lavoro e i racconti delle avventure amorose, dei viaggi in giro per il mondo di una vita, che rievocavano a turno con esacerbata goliardia, – annaffiate con vini pregiatissimi.
Alcune volte c’erano anche le loro compagne o ex-mogli, ma raramente, perché diventava occasione di furibonde liti a tavola, con tanto di alzata di tacchi delle signore. Evidentemente i mai risolti conflitti di coppia associati al tasso alcolico rendevano tali scontri inevitabili.
Dunque ero io con loro da sola più spesso, giovane e innocua. Ricordo una domenica ‘dedicata’ a me, che non avevo mai assaggiato il famoso sartù di riso preparato con tutte le carni possibili e immaginabili, un delirio di sapori e una quantità enorme di cibo: erano abili cuochi e tutti e quattro magnifiche forchette.
Intanto io di giorno imparavo le regole per scrivere sceneggiatura partendo dall’ideazione generalmente a base di musica classica, passando ai trattamenti e sintetizzando per scalettoni. Mi appassionavo sempre di più e, anche se non mi sentivo particolarmente abile, ogni volta che presentavo le mie pagine finite, venivo approvata senza particolari critiche o correzioni.
Il tempo della mia giovinezza era stretto già in una morsa di non tempo – di attesa della morte in attesa della fine della morte senza cominciare mai la mia vita – , dunque già falsato rispetto al tempo dei miei coetanei. Correvo a perdifiato per recuperare un tempo che non era mai il tempo della mia crescita, ma la fuga dalla morte certa, annunciata, teorizzata, scansata, procrastinata, temuta e vissuta al posto della mia vita.
A un certo punto, il solito di punto in bianco, avevo spavaldamente lasciato il mio lavoro di apprendistato – proprio al tempo in cui il nepotismo, insieme con yuppismo e craxismo cominciava a diventare l’abile gioco di società alla moda come il burraco – e dunque avevo abbandonato su due piedi le persone che mi stavano formando e che mi incoraggiavano a scrivere e a creare liberamente e che credevano in me molto più di quanto io stessa ne fossi capace.
Le avevo abbandonate senza dare spiegazioni, ‘fare televisione’ era il mio tarlo, il fascino che aveva esercitato su di me da bambina, cresciuta di pari passo con l’evolversi dei programmi televisivi non moriva, anzi, era cresciuto anche se nel frattempo il panorama sia dei programmi sia delle assunzioni era diventato sempre di più uno strenuo mercimonio.
Ma una certa, mai persa e perennemente rinfacciata dai miei ben più abili coetanei, ingenuità giovanile, unita alla irreprensibile educazione impartita da mio padre in tal senso, mi faceva credere che impegno e buona volontà portassero ovunque la strada dei miei sogni disegnasse orizzonti.
Affrontato il colloquio nella grande sede televisiva, con una commissione straniera, ero stata assunta, seppure molto malvolentieri dalla mia amica in carriera da produttrice, ma con l’assoluto beneplacito della commissione stessa a cui invece ero piaciuta.
Ero dunque approdata nel reparto di scrittura di una redazione televisiva, ma in verità di scrittura vera e propria non si trattava. Era piuttosto la elaborazione di un modello matematico di situazioni condominiali e tipi umani, un modulo produttivo appunto, sempre uguale a se stesso, proprio come uno shampoo negli scaffali di un supermercato e interamente fotocopiato dal modello originario d’oltreoceano.

La televisone italiana fingeva di inventare nuovi programmi comprando format stranieri e, in questo caso, si trattava di farlo per salvare una delle più prestigiose e antiche sedi, lasciata in uno stato di grave degrado e abbandono, privata già da tempo delle proprie produzioni e dei fasti iniziali.
Il caso volle che di lì a poco anche un regista del mitico quartetto approdasse lì per un breve periodo, per realizzare un programma sullo studio del latino, in attesa oramai soltanto del pensionamento, lui, che era stato tra gli inventori di uno dei più conosciuti e importanti contenitori di giornalismo televisivo. Ma non era arrivato soltanto lui, c’era nella sede dove adesso lavoravo, anche il meno creativo dei quattro.
Durante gli anni romani avevo frequentato a lungo Carlo L. Bragaglia che avendo una vera e propria passione per me, come donna e come scrittrice, aveva anche riversato in me, nei lunghi pomeriggi a casa sua ai Parioli, tutto quanto conosceva e aveva vissuto lavorando per il cinema italiano, ma non solo, tutto quanto aveva conosciuto e vissuto nel secolo scorso in ambito culturale, letterario e artistico. Carlo L. Bragaglia era stato molto amico di Sergio Pugliese, il papà della televisione italiana. Uno dei ricordi sui primordi della televisione legato a Pugliese era che coloro che nelle famiglie italiane della borghesia erano non propriamente delle eccellenze, si evitava di introdurli nelle aziende famigliari per inserirli invece nella nascente televisione di Stato.
Dunque anche un altro amico del mitico quartetto romano era nella sede televisiva, con un importante incarico di funzionario, anche lui in attesa di andare in pensione, cosa che fece poco tempo dopo, con il famoso scivolo, una formula semplice semplice, ideata verso la fine degli anni ’90 per sfoltire vecchie professionalità e dargli una barca di denaro per andare subito via.

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