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Un passo via l’altro

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Un passo via l’altro
25 Maggio 2016 
Le sembrò di avere la febbre, una febbre altissima, eppure il termometro segnava una normale temperatura. Si vestì alla svelta e uscì per le strade del suo quartiere cercando, nei passi che uno dietro l’altro la allontanavano da casa, di ricostruire con la memoria la causa di tale malessere e ritrovare nel cammino la serenità perduta.
Uno dietro l’altro i passi l’allontanarono fino al lungomare, una fila di panchina vuote, un vento che spazzava la strada bagnata e le poche foglie autunnali, in lontananza le luci delle macchine che attraversavano veloci l’asfalto.

Ma la febbre seppure soltanto apparente saliva sempre più alta in preda a semplici domanda: dove, dove aveva sepolto il ricordo del dolore di un amico che le aveva chiesto di ascoltare? Dove era sepolto il profumo di una mattinata gioiosa, e dove il benessere delle ore di studio, di applicazione feconda della mente a curiosare e dissetarsi nelle pagine di un libro? Dove, dove aveva smarrito il ricordo del primo bacio, il ricordo che tutti ricordano, e dove aveva sepolto il ricordo della propria compagna di banco sparita dalla scuola in un giorno d’aprile? Dove era il ricordo delle lunghe passeggiate a cercare conchiglie per farne collane, dove era il ricordo delle sere intorno ad un tavolo a snocciolare immani fantasie?

E dov’era nascosto il sorriso che sapeva dare a chiunque, dove cercare tra le macerie delle intemperanze, dove tra le bugie della competizione. 
Un passo dietro l’altro e la febbre saliva riportando a galla le date, le ore, i minuti trascorsi senza la consapevolezza del presente.
La febbre saliva a ricordare il tempo trascorso, volato pensando ad altro. Una febbre implacabile, una pretesa febbrile di risolvere il passato nascosto tra le pieghe di giorni volati via, affaccendati in obblighi presunti, in vicende che riguardavano rincorse non volute.
Sapeva bene che la febbre riguardava un malessere della memoria, da qualche parte aveva smarrito ricordi importanti, ricordi di parti di sé che imponevano appunto di riaffiorare. Dove, dove era andato a finire il ricordo dell’asilo, della bambina con le scarpe bucate e del suo nascondere i piedini dietro le sbarre del banco? Dove era andato a finire il ricordo dello schiaffo dato da una madre ad un figlio davanti a tutti per zittirlo da un capriccio? E dove si nascondeva il ricordo dei cuccioli abbandonati che erano morti di fame all’angolo della strada dietro il bidone della spazzatura. Tutti questi ricordi scivolavano nei suoi passi alterando la sua temperatura corporea e distruggendo le attese del mondo perfetto e lineare che aveva creato per la sua vita.

Tutti quei ricordi si erano dati un appuntamento fatale per dirle che una vita senza attenzione è una vita segnata dal nulla implacabile della vacuità.
Con una frenata brusca una macchina evitò di investirla, scese un uomo, la prese per mano e lei non si ritrasse, la febbre calò all’improvviso così potè riconoscere nelle fattezze del suo salvatore, l’amico immaginario della primissima infanzia.

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