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What about you?

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Già da quattro anni avevo smesso di praticare il mio mestiere di psicoanalista, da quando il caso aveva voluto che il mio libro diventasse famoso e ne fosse tratto un film di successo.
La richiesta di assistenza si era fatta pressante e non avevo possibilità di scelta, mi sembrava che uno schermo enorme avesse preso il posto della mia poltrona e i pazienti vi riflettessero solo le immagini del film.
Dicevano di me che fossi una persona molto coraggiosa, avevo risolto casi difficili, in realtà mi era semplicemente capitato di sognare il sogno dei miei pazienti. Mi era impossibile rifiutare qualunque emozione, mi era impossibile difendermi da qualunque realtà. Avevo necessità che i sogni mi venissero rubati, sapevo che se fossi riuscito ad abbandonarli si sarebbero puntualmente rivelati manifestandosi nella realtà. Non ero che un docile strumento al servizio di una più considerevole trama.
La paziente che mi era apparsa sull’uscio in un gelido pomeriggio invernale rappresentava con discreta esattezza il personaggio di un mio precedente sogno. Poteva sembrare poco più che una bambina, in realtà aveva una trentina di anni, una gran determinazione a rubare indiscriminatamente tutto ciò che le piaceva. Mi sorrise scrollando una arruffata massa di capelli rossi fuoriusciti da un azzurro cappellino di lana. Faceva tenerezza ma la sua fisicità ispirava rispetto, capii subito che bisognava farsi da parte, lasciarla emergere perché la luce la cogliesse folgorandola di desideri. Mi disse che aveva voluto conoscermi per realizzare in qualità di regista un film tratto dal mio libro. Non era la prima volta e non sarebbe stata l’ultima, ma erano anni che mi ostinavo a negare i diritti ai progetti che mi venivano proposti. Vedendola entrare sapevo che una parte di me avrebbe preso definitivamente il volo proprio con la materializzazione di qualcosa che era stato presente sin dall’inizio.
All’età di cinque anni mio padre mi aveva portato con sé in un luogo, e dopo aver attraversato il lungo corridoio ed entrati in una stanza mi chiese di uscire lasciando la porta aperta e attraversare da solo tutto il corridoio appena percorso insieme, fino a che non lo avessi rivisto apparire.
– Ma se vado sempre dritto mi allontano da te. –
– Fai come ti dico, fidati. –
Mi fidavo ciecamente di lui e sopportai la paura di attraversare il corridoio deserto dalle tante porte chiuse. Sostenuto da un amore più forte di me percorrevo il silenzio e la solitudine di un luogo abbandonato in un giorno festivo. Alla fine mi apparve la porta aperta della stanza di mio padre e il suo sorriso enigmatico che mi scrutava sornione. Avevo fatto esperienza del cerchio.
Più forte di un sogno l’immagine di me bambino che ritrovo mio padre seduto al suo posto è reale mentre guardo la pioggia battere incessantemente sulla finestra. Mi sentivo un po’ come un vecchio professore bistrattato dalle nuove generazioni.
In silenzio lei si alzò cominciando a gironzolare tra gli scaffali carichi di libri.
– Ne prenda uno a caso. – le dissi e lei mi guardò esattamente come nel sogno.
– Dove era una settimana fa? – mi chiese porgendomi un libro.
– Qui dentro! Lo apra dove vuole, io ero proprio lì. –
Era la biografia di un noto musicista morto di cancro un virtuoso e geniale innovatore stroncato giovanissimo da una repentina e drammatica fine. La prefazione era mia. Quel sassofono suonava anche nel mio sogno e i conti per il momento tornavano.
– Lo conosceva vero? – I suoi occhi si erano fatti di un blu profondissimo, limpidi e inquieti, parlavano di me e del nuovo sogno da accarezzare. Occhi lancinanti!
– Non mi ha ancora risposto, avrà certo un’idea di ciò che c’è scritto se ne vuole fare un film…. –
Si voltò di spalle e mi rispose con una voce che sembrava una melodia.
– Sono le immagini che mi attraggono, il suo libro è come un ideogramma, si lascia leggere regalando infiniti paesaggi e lasciando che l’anima respiri a pieni polmoni tutto l’universo. Racconta una tragedia, ma ciò che rimane è la gioia di una vita vissuta fino in fondo, di una persona capace di amare fino in fondo. –
Ero stupito, ma non troppo dalla profondità del pensiero, e stentavo a credere che simili parole uscissero dal suo corpo infantile.
– What about you? – le chiesi.
– Se proprio ci tiene a trattarmi da paziente le dirò che sono da lei anche per chiederle un consiglio, diciamo esistenziale… non riesco a trovare l’uomo della mia vita e tutti gli uomini che incontro rappresentano per me soltanto una grande perdita di tempo… –
– Mon dieux! Mademoiselle, lei è afflitta dal Male del Secolo… –
– Quale secolo? –
– Ma quello appena trascorso naturalmente, oggi l’essere umano è orientato più verso la difesa di se stesso e difficilmente riesce ad accorgersi che gli altri esistono veramente intorno a lui. –
– Ho fame! – mi disse a bruciapelo, e io scoppiai in una sonora risata, cominciavamo proprio bene.
– Desidera che le prepari qualcosa da mangiare o preferisce essere invitata a cena fuori? –
– Preferisco essere invitata a cena fuori! –
Ciò che mi portai dietro di quella serata fu la sensazione di aver vissuto più e più volte nella vita il piacevole trascorre del tempo, esatto incontro di due parti perfettamente simmetriche. La sensazione di averla conosciuta da sempre si manifestò nel portarla esattamente nel luogo dove lei si aspettava che la portassi e poi i discorsi che affrontammo e l’allegria di un eloquio profondo e sereno. Insomma una vera pacchia di serata, il meglio che si possa pretendere in una vita vissuta appieno. Come il ritrovarsi finalmente sull’altra sponda con eterne amicizie mai dimenticate, come il naufragio in un posto che è il vero porto dell’anima.

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