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Stanotte il mio cane mi ha svegliata uggiolando, poggiava il suo morbido muso sul letto. Mi sono svegliata all’improvviso e ho visto i suoi occhi fissi dentro i miei.
Appena si è accorta che ero sveglia è diventata una furia incontenibile, correva giù per le scale fino alla porta e poi tornava da me strepitando. Ho capito, a malincuore mi sono alzata e mi sono vestita. Dopo pochi minuti eravamo fuori nel parco, nel gelido silenzio della notte la luna disegnava un piccolo arco argentato nel cielo e in lontananza le stelle erano più fredde che mai. Ma lei non contenta, quasi strattonandomi mi ha portata nel viale delle camelie. E’ il posto più magico del castello il viale delle camelie, c’è anche sui libri di botanica perché è secolare, vestigia di un mondo scomparso, di una natura selvaggia e fiorente di cui pochissimi esemplari sono ancora in vita. Rabbrividendo dal freddo mi sono seduta aspettando che il mio cane decidesse sul da farsi. Così, nella penombra degli alberi ho sentito un rumore di passi. Spaventata ho guardato il mio cane, ma lei scodinzolava felice… Allora i passi sono diventati decisi e nell’ombra è apparso un vecchio canuto al cui fianco camminavano un bambino e una bambina un po’ più grandicella:
“Non abbia timore, signora! Non si preoccupi, sono io!” ha tuonato il vecchio nella notte.
“Principe! Lei….?”
“Sì signora! sono proprio il Principe Colonna in persona, per servirla….” mi ha detto abbandonandosi ad un galante inchino e ad una risata lunga e assai sardonica. Tremavo dalla paura e dallo stupore, guardando i due bambini abbracciati accanto al vecchio nobiluomo. Il mio cane s’è unito a loro che hanno appoggiato le manine sulla sua testa morbida e liscia: non chiede altro che di essere accarezzata.
“Ma….. scusi…. ma…io…. stavo dormendo!”
“ Mi spiace signora se l’ho fatta gettare dal letto dal suo cane a quest’ora, me ne scuso, ma non v’era altro orario per incontrarla e questa bambina accanto a me, la vede, vero signora? vuole parlarle ed ha parecchio insistito ….”
Stralunata ho guardato la bambina e poco dopo finalmente l’ho riconosciuta, sì, è lei è proprio lei! Quanto ho pianto, bambina anch’io leggendo il suo diario, quanto l’ho amata, quanto ho sofferto e sono stata in pena per la sua vita. Ma sì, è proprio lei: “ Anna Frank”!
“Sono io!” esclama e subito dopo il suo volto si fa triste e pensoso e addirittura le sue guance si rigano di un fiume di lacrime.
“Perché piangi?” le dico porgendo un fazzoletto.
“Piango perché non ho motivo di aver amato tanto la vita, piango perché il mio piccolo fratellino palestinese è stato trucidato dalla mia progenie, piango il dolore dei bambini del mondo che continuano a pagare il prezzo di una violenza che non comprendono. Piango perché non c’è perdono, piango perché sono felice di essere morta anch’io, piango il dolore dell’infanzia negata, piango perché solo il pianto è ciò che stilla dalle cattive azioni degli uomini sulla Terra. Sono venuta di persona con il mio fratellino palestinese a dirti di scrivere questa storia, a dirti che Anna Frank è morta invano! che il suo amore per la vita era inutile, per dirti di usare le tue parole, per chiederti di aiutarmi a dire basta, noi bambini non è questo il mondo che vogliamo. Non ci importa dove, non ci importa in quale e di chi sia la terra, non ci importa dei confini e dei muri. Vogliamo giocare, vogliamo crescere e amare. Lasciateci vivere in pace, non metteteci al mondo per trucidarci ancora, non non importa di che razza siamo, di che sesso o religione, lasciate che la nostra vita abbia il suo corso e il suo splendore”.
Cade il silenzio e io non so cosa dire, forse che non posso trovare le parole, forse che la ringrazio, forse che nessuno mi vorrà mai ascoltare. Guardo il bambino stretto accanto a lei, ha una ferita profonda nella testa che sanguina ancora eppure vedendo il mio cane, si è avvicinato per giocare un poco.
“Grazie signora! Adesso noi andiamo, può tornare a dormire, grazie per essere venuta, per non avere avuto paura, per non essersi barricata, come tutti fanno, in casa”
“Grazie a lei Principe….” dico con un filo di voce.
Guardo il mio cane, scodinzola impaziente all’angolo, aspettando che io mi decida a ritornare a casa.

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Cittadini del mondo
Sperling & Krupfer ha pubblicato in Italia un libro di grande attualità: Cittadini del mondo di D. Ikeda e H. Henderson.
Originariamente pubblicato nel 2003 in Giappone il volume si snoda sotto forma di affascinante dialogo tra Daisaku Ikeda, Presidente della Soka Gakkai Internazionale, un’associazione buddista laica che promuove la pace, la cultura e l’istruzione e Hazel Henderson futurologa di fama mondiale, economista evolutiva, consulente per lo sviluppo sostenibile e opinionista per l’agenzia InterPress Service che ne diffonde gli articoli in 27 lingue e in oltre 400 giornali. I due attivisti globali di fama internazionale esplorano una notevole varietà di argomenti: lo sviluppo equo e veramente sostenibile, la giustizia economica, il rispetto per i popoli indigeni e le loro terre, la democratizzazione della politica e delle istituzioni internazionali, il diritto all’istruzione, la difesa della biodiversità e della qualità dell’acqua e dell’aria.
L’attenzione dei due autori si concentra in particolare su come i valori, obiettivi e credenze individuali possono operare all’interno delle nostre famiglie e comunità per garantire a tutti un futuro più sotenibile. In un passaggio la Henderson dice al presidente Ikeda: ‘Leggendo la storia della Soka Gakkai ho appreso che il vostro fondatore, Makiguchi, insegnava che le false teorie e le false dottrine possono fuorviare le persone’. Dalla conversazione emerge che l’economia non è una scienza esatta e deve perciò rinunciare a influenzare pesantemente le politiche internazionali.
L’odierna ossessione per una crescita economica puramente materialistica, misurata sui PIL nazionali, ha oscurato la via più nobile che conduce al sapere e a una crescita morale e spirituale dell’umanità. Alzando la mira verso bersagli quali l’equità sociale e il miglioramento della qualità della vita, si imbocca anche la strada verso la sostenibilità e il recupero ambientale. Il PIL è un indicatore del tutto materialistico che non consente di misurare realmente la crescita economica. Possiamo crescere in saggezza, in intelligenza e in conoscenza: un’economia basata sulla uguaglianza e cooperazione tra i sessi e sulla crescita spirituale può funzionare molto bene. La Henderson indica l’Austria come esempio di economia fondata sulla crescita spirituale: nel XIX secolo l’economia di questo paese dipendeva dalla musica e cita il Brasile di oggi come un nuovo faro di speranza per la democrazia. Nel bene e nel male il problema energetico dipende in larga misura dalla volontà politica. I leader di alcuni paesi stanno introducendo con rapidità strumenti come generatori alimentati da energia solare o eolica.
Il sole è inequivocabilmente la prima sorgente di calore e il petrolio e il gas naturale altro non sono che energia solare immagazzinata in un lontano passato. Le celle a idrogeno ad esempio utilizzano la reazione chimica tra idrogeno e ossigeno per generare elettricità pulita perché come scorie producono solo acqua. E’ necessaria una diversa volontà politica per interrompere le sovvenzioni alle industrie dei combustibili fossili e del nucleare dal momento che, finanziando le campagne politiche, tali industrie esercitano sui governi ancora un potere paralizzante.
La cosa più importante è costruire coalizioni di cittadini, di gente comune che incontrandosi e dialogando acquisiscano maggiore consapevolezza e forza espandendosi in movimenti. Promozione del riciclaggio e di sistemi locali ed elettronici di baratto, l’agricoltura biologica, ridurre il consumo di combustibili fossili e di beni materiali sono strumenti necessari a disposizione di ognuno che possegga la consapevolezza del loro valore. Infatti, se ripetuti con costanza, anche piccoli sforzi individuali possono salvare regioni, nazioni e addirittura il mondo intero.
Per esempio ogni volta che acquistiamo merci di seconda mano contribuiamo alla difesa dell’ambiente. E sono le coalizioni di cittadini che creano tali movimenti e che possono costringere le corporation a cambiare i loro modi di produzione e di marketing come la pluridecennale esperienza della Henderson insegna.
Per controllare le biotecnologie abbiamo bisogno di più beni pubblici globali: strade, aereoporti, porti, scuole e così via, ma beni pubblici globali sono anche e necessariamente la salute, l’istruzione, la difesa dell’ambiente, la giustizia e la pace. Ne abbiamo bisogno adesso. La biotecnologia emergente viene definita dagli autori faustiana e arrogante. Dobbiamo invece formare una coalizione fondata sulla pietà.
In tal senso Ikeda e la Henderson individuano nella attuazione della Carta della Terra , lanciata ufficialmente nel 2000 presso il Palazzo della Pace dell’Aia nei Pesi Bassi, un passo fondamentale.
La Henderson ha lavorato per anni nel movimento per la creazione della Carta della Terra e ad un certo punto dice al Presidente Ikeda:’ Al principio non mi ero resa conto di quanto la SGI avesse sostenuto la Carta. In seguito andai a presentare la Carta all’Istituto di Ricerca di Boston per il XXI secolo, – (fondato dal Presidente Ikeda) – portandomi dietro una caterva di documenti. Quando giunsi a destinazione, scoprii con mia sorpresa che il personale dell’Istituto disponeva già di tutto il materiale. Sono felice che piccoli episodi come questo mi abbiano avvicinato alla SGI’. E, insieme citano alcuni passi tratti soprattutto da quello che definiscono il meraviglioso preambolo della Carta della Terra condividendoli perfettamente nel loro bel libro Cittadini del Mondo, una lettura davvero intelligente, assai piacevole e di grande ottimismo, capace di renderci più consapevoli delle nostre potenzialità e più responsabili nei confronti del nostro essere uomini.

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C. L. Bragaglia è un narratore impareggiabile e il piacere della drammaturgia non lo ha mai abbandonato. L’arte del racconto che lo ha sostenuto nelle attività di sceneggiatore e regista – inizialmente teatrale e poi cinematografico – ne fa una miniera di straordinari episodi che restituiscono intatto il fascino di un intero secolo di storia italiana.
“Ho vissuto la mia prima infanzia a Frosinone in Ciociaria, fino al 1905 quando mio padre prese la coraggiosa iniziativa di trasferirsi con tutta la famiglia a Roma. All’epoca, non c’erano ancora tutte le invenzioni tecnologiche che hanno caratterizzato il susseguirsi del XX secolo. L’atmosfera nella quale eravamo inseriti era di stampo ottocentesco: mancava la pubblica illuminazione nelle strade e nelle abitazioni si adoperavano ancora le lucerne ad olio. Noi bambini di allora potevamo assaporare nella completa pienezza qualcosa a cui i giovani di oggi sono del tutto disabituati: il silenzio”.
Carlo, con il suo parlare lieve, ha aperto un varco alla poesia! A poche persone, infatti, viene in mente che il silenzio può essere un argomento di grande fascino.
Mi descrive l’atmosfera di quiete in cui ascoltavano i suoni della natura vivente, della incommensurabile pace che li trasportava in una dimensione superiore.
Penso ai cento anni di C.L. Bragaglia, trascorsi in un crescendo di rumori e, mano a mano che l’era tecnologica andava affermandosi, al silenzio che era destinato inesorabilmente a scomparire dalla vita degli uomini, quando la sua voce limpida mi riporta alla realtà. Lo ascolto seguendo attentamente la sua mimica maliziosa, sensuale.
“Ho il ricordo molto intenso di un fracasso assordante dal quale noi bambini fummo spaventati e attratti una mattina d’estate a Frosinone. Corremmo ad affacciarci alle finestre e potemmo individuare l’origine di quel frastuono in una specie di carrozzella manovrata dal conducente attraverso un manubrio. Aveva quattro ruote, ma era senza stanghe e senza cavalli, camminava praticamente da sola. Sbuffando e scoppiettando sulla strada, accompagnata da un coro di ragazzi che gridavano festosamente: “La carrozza a benzina! La carrozza a benzina!” La carrozza dotata di motore a scoppio ad un certo punto invertì il suo senso di marcia e scomparve alla vista lasciandoci eccitati ed esterrefatti. Nasceva il secolo dei rumori.”
Carlo fa una pausa per sorseggiare il suo whisky, poi riprende come ispirato da un’emozione fatale:
“Non si può immaginare cosa era l’impatto con la natura vivente al finire dell’ottocento. La vita scorreva scandita dall’alternarsi regolare delle stagioni: eravamo circondati dal silenzio che emergeva e s’imponeva come un soffice manto. La quiete in cui eravamo immersi ci aiutava a metterci in contato con la nostra più intima natura e con la Natura tutta”.
Le sue parole sono, per me che ascolto, un invito a riflettere: l’essere umano oggi non può avere nessuna concezione del silenzio che in realtà teme e rifugge.
Lentamente, ma con la memoria sorretta da straordinaria lucidità, Carlo riprende a parlare: “Di notte, nelle estati della mia prima fanciullezza, ci stendevamo sul prato odoroso e restavamo per ore ad osservare il cielo. Con lo sguardo fisso tra le miriadi di stelle sospese su di noi, davamo libero sfogo ai sogni, fantasticavamo sulla nostra vita futura e aspettavamo con gioia l’apparire delle scie luminose, le stelle cadenti, che scivolando nel cielo, disegnavano l’esaudirsi per noi di ogni desiderio. Il silenzio era una ragione per carpire i segreti dell’infinito e l’opportunità di ampliare l’eco della incessante domanda sulla vita, avvicinandoci ai segreti della natura”.
Il silenzio apre alla dimensione della interiorità, alla possibilità di entrare in risonanza con il pensiero di altri uomini, alla possibilità di scantonare l’inganno dei rumori assordanti e delle parole che nascondono verità ben più profonde e imperscrutabili.
Carlo L. Bragaglia, dal quale mi distanzia ben più di mezzo secolo di vita, prova l’evidente piacere di condividere con me questa profonda emozione.
“Il silenzio della natura” seguita a dire “assumeva un fascino straordinario quando veniva interrotto da un tuono lacerante che preannunciava lo scrosciare dirotto e impetuoso della pioggia”.
E già, non posso che essere in sintonia con il suo profondo sentire: se è vero che erano ancora del tutto inconsapevoli di ogni tecnologia, erano però molto più vicini di noi al mistero della Natura. Ma l’Era delle Macchine si faceva perentoriamente strada e con essa la sua fragorosa e mistificante verità. La natura vivente, nell’incessante tentativo dell’uomo di possederla, sarebbe presto passata in secondo piano, insieme con i suoi fantasmagorici silenzi…
Da: Bragaglia racconta Bragaglia
Carosello di saggi, divagazioni e ricordi
ALL’INSEGNA DEL PESCE D’ORO
Di Vanni Scheiwiller
Milano 1997

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Dino RisiCarlo insisteva moltissimo con me, perché andassi a conoscere ciò che rimaneva del grande cinema italiano. Cercava in tutti i modi di spingermi fuori dal guscio, di farmi conoscere. Recalcitravo e anche parecchio, per quale motivo avrei dovuto andare a trovare gli illustri personaggi che mi nominava? Cosa avrei potuto raccontare loro, io, che mi sentivo così ‘piccola’, così incapace di fronte a tanta fama?
Carlo si arrabbiava moltissimo. Non era ancora cieco quando mi aveva conosciuta e i suoi occhi avevano potuto, anche se per poco, incontrare i miei, poi, mi aveva descritta in due delle sue Strofe Sfiziose. Ma io, recalcitravo e la mia timidezza, il senso di non essere all’altezza, la ferita che mi attraversava, mi impedivano di prendere la vita con la dovuta leggerezza e volare alto come invece sarebbe convenuto che facessi. Un giorno però, Carlo mi mise di fronte all’impossibilità di indietreggiare. Bisognava andare a ritirare i disegni che alcuni artisti avevano realizzato per le sue Strofe Sfiziose e lui aveva selezionato accuratamente i nomi delle persone da cui sarei dovuta andare io. Con un compito da portare a termine, come al solito, non mi tirai indietro ed ecco che, in un primo pomeriggio estivo, mi trovai ad oltrepassare, ai Parioli, proprio dietro casa di Carlo, la soglia dell’Aldrovandi dove mi aspettava, per consegnarmi il suo disegno, niente po-po di meno che, il grande regista Dino Risi. La strada era stata spianata, e lui, mi attendeva.
Con la gola stretta dall’emozione bussai alla sua porta e mi ritrovai in quello che era un vero e proprio appartamento deliziosamente arredato e immerso nel verde. Risi era già un uomo di una certa età, anche se non ancora ‘antico’ come Carlo e ci vedeva benissimo. Mi fece entrare e accomodare su una comoda poltrona e subito mi descrisse il suo completo disinteresse per il mondo, che lo aveva spinto a rifugiarsi molti anni prima nel Résidence tra i più accoglienti e lussuosi di Roma. Scelta, mi disse, fatta per essere accudito al meglio stando quanto più lontano possibile dalla cosiddetta mondanità. Chissà, ma forse, fu anche questo a mettermi a mio agio. Mi offrì qualcosa da bere e poi mi fece alcune domande. A tali domande sentii di rispondere con tutta me stessa cercando la forma migliore e aprendo il mio cuore.
Dopo un po’ di tempo fui stupita che non si fosse fermato ad un paio di domande formali, ma che mi avesse incalzato sempre di più, rilanciando e facendomi parlare a lungo, stupita, insomma, di aver suscitato il suo interesse. E tanto a lungo mi interrogò e mi fece parlare che, ad un certo punto, il sole stava calando e nella stanza le ombre della sera avanzarono. Alla fine si alzò, prese il disegno e me lo consegnò. Aveva scelto la poesia Ansia d’amare ed aveva descritto il volto di Carlo, con l’immancabile coppola, circondato dai corpi di quattro donne in pose discinte, come sirene ammaliatrici. Tutto sommato era divertente, coglieva l’aspetto di Carlo che più condividevano: l’amore per le donne, in modo ironico e sfacciato. Lo ringraziai. Mi accompagnò alla porta e in un attimo, guardandomi dritto negli occhi mi disse: “Sei una donna affascinante e bella, ma quando la smetterai di avercela così tanto con te stessa?”
Subito pensai che era più o meno ciò che mi ripeteva Carlo e se glielo avessi raccontato mi avrebbe ancora una volta preso bonariamente a ‘male parole’. Così, gli portai il disegno e conservai in un ripostiglio della memoria l’incontro con il grande regista e sceneggiatore Dino Risi. Mi aveva detto che ero una donna affascinate e lui, di donne belle e affascinanti ne aveva sì conosciute, perciò per una volta, potevo davvero crederci.

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