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Come nei Ricordi

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Come nei RicordiTra i più difficili doni da offrire frutto della vita e del tempo che scorre sono i ricordi.
Mia madre mi guarda con i suoi occhi vispissimi e nella sua mente si fa strada il desiderio di condividere con me un’emozione lontanissima, di trasferire una conoscenza che diversamente andrebbe del tutto perduta.


Mi racconta di Ravello, aveva quattro anni quando ci arrivò con il padre, la madre e la nonna materna. Mia madre, il nonno, la nonna e la bisnonna Adele vissero a Ravello in costiera amalfitana dal 1930 al 1934.
Mio nonno era allora Consigliere Comunale e fece trasferire il Municipio dalla vecchia sede alla nuova sede, su al Toro.
La famiglia abitava nella casa con il portoncino, sopra la Posta. Al nonno, che dedicava le sue energie alla comunità dicevano: “Segretà, chi lavora po’ Comune, nun lavora pe’ nisciùn…”
Fece allargare la piazza e piantare la quercia che c’è ancora e organizzò il primo concerto a Palazzo Rufolo con ospiti il re Umberto e la regina Maria José.
La mamma veniva soprannominata ‘la cinese’ per il taglio degli occhi a mandorla, corvini come i suoi capelli.
La vita allora a Ravello consisteva per lei nelle spensierate passeggiate con sua nonna e con la sua mamma. D’estate al mare, a Castiglione, un mare senza turisti, vissuto in famiglia.
Dopo il bagno prendevano la barca ed andavano da Castiglione fino ad Amalfi. Poi mia madre faceva con sua nonna lunghe passeggiate pomeridiane fino al casino Caruso e sulla strada raccoglievano ciclamini selvatici facendone piccole coroncine. La tranquillità di quella vita durò pochissimo.
Mia madre era per il momento l’unica figlia di una coppia, che aveva coronato al di là di ogni drammatico evento il proprio sogno d’amore dopo 10 anni di attesa e una disastrosa guerra in mezzo che li aveva divisi.
Senza quasi sperarci più, la nonna e il nonno avevano finalmente avuto questa bambina con cui la famiglia, insieme alla volitiva bisnonna, si era ricostituita. La guerra non era passata senza lasciare un solco profondo nelle loro vite di tragedie e disastri.
Maia madre in tenerissima età, l’anno successivo il loro arrivo a Ravello, contrasse il tifo.
Dalla fine dell’estate del 1930 ad aprile 1931 fu in balìa della malattia allora mortale, combattendo una battaglia per la vita in cui, con il coraggio e la forza della fede e dell’amore, lottarono anche i miei nonni.
Sei mesi di tifo. Al tempo, il tifo si svolgeva in settenari: sette, quattordici, ventuno, poi una ricaduta, ancora sette, quattordici, ventuno, un’altra ricaduta.
A carnevale i medici chiamati a consulto e venuti anche da Napoli, la dettero per morta. E mentre mia madre lottava insieme con i suoi genitori, la vita ravellese dell’epoca scorreva placida e lenta.
Accanto all’ufficio postale dove abitavano c’era la farmacia di don Luigi Manzo che aveva due figlie di nome Claudia ed Elvira.
La posta veniva consegnata dalla signora Agatina coadiuvata da Rosa, la figlia del postino Peppino.
Rosa prese poi il posto della signora Agatina quando quest’ultima è morta.
Duchi molto noti abitavano in una villetta sulla salita del Toro.
Personaggio molto noto a Ravello nel 1930 era donna Maria Mari, che aveva due figli, don Antonio e don Giannetto. Maria Mari era una factotum, conosceva bene l’inglese, nella sua casa ospitava le maestre di scuola, ma una delle maestre andò via con suo figlio don Antonio, gettandola in una stato di grande costernazione.
Il Barone Compagni era vestito sempre di bianco, scuro di carnagione, con il panama anch’esso bianco.
E in piazza sostavano i portantini che portavano i forestieri inglesi al Toro.
Il medico condotto si chiamava Gambardella e sua moglie si chiamava Clara.
Il sagrestano era Saverio.
Il nonno va alla Posta a scambiare buoni, la malattia della figlia esige un impegno economico enorme e va poi in farmacia a comprare le medicine prescritte.
Alla fine dell’inverno gli dicono: “Segretà… la bambina muore e voi rimanete senza un soldo”. Ma le forze in campo per strapparla alla morte c’erano tutte, compresa la presenza grandiosa di padre Giuseppe Palatucci che tutte le sere arrivava a pregare sul letto della piccola e offrirle il pane di Sant’ Antonio.
Trascorso il carnevale, arrivò aprile e con aprile la Pasqua, che corrispose alla rinascita di mia madre, perché a dispetto di ogni ricaduta, si riprese e finalmente guarì.
Al tempo la salita del Toro era fatta ancora di gradini che vennero poi eliminati quando arrivò il re in esilio diventando strada carrabile per Rufolo e Palumbo.
Mia madre riprese così ad uscire per le stradine della incantevole Ravello e ad incontrare tra gli altri anche Frà Ludovico, questuante con le tasche piene di ‘cioccolata’ che distribuiva ai bambini, ma che in realtà erano carrube.
La bambina tanto amata, a Ravello ebbe il dono di rinascere, tornare a vivere e cominciare, come tutti gli altri bambini, a leggere i primi numeri del Corrierino dei Piccoli con Fortunello e sor Pampurio e Topolino.
Mia madre mi guarda con i suoi occhi vispissimi e nella sua mente si fa strada il desiderio di condividere con me un’emozione lontanissima, di trasferire una conoscenza che diversamente andrebbe del tutto perduta.
Mi racconta di Ravello, aveva quattro anni quando ci arrivò con il padre, la madre e la nonna materna. Mia madre, il nonno, la nonna e la bisnonna Adele vissero a Ravello in costiera amalfitana dal 1930 al 1934.
Mio nonno era allora Consigliere Comunale e fece trasferire il Municipio dalla vecchia sede alla nuova sede, su al Toro.
La famiglia abitava nella casa con il portoncino, sopra la Posta. Al nonno, che dedicava le sue energie alla comunità dicevano: “Segretà, chi lavora po’ Comune, nun lavora pe’ nisciùn…”
Fece allargare la piazza e piantare la quercia che c’è ancora e organizzò il primo concerto a Palazzo Rufolo con ospiti il re Umberto e la regina Maria José.
La mamma veniva soprannominata ‘la cinese’ per il taglio degli occhi a mandorla, corvini come i suoi capelli.
La vita allora a Ravello consisteva per lei nelle spensierate passeggiate con sua nonna e con la sua mamma. D’estate al mare, a Castiglione, un mare senza turisti, vissuto in famiglia.
Dopo il bagno prendevano la barca ed andavano da Castiglione fino ad Amalfi. Poi mia madre faceva con sua nonna lunghe passeggiate pomeridiane fino al casino Caruso e sulla strada raccoglievano ciclamini selvatici facendone piccole coroncine. La tranquillità di quella vita durò pochissimo.
Mia madre era per il momento l’unica figlia di una coppia, che aveva coronato al di là di ogni drammatico evento il proprio sogno d’amore dopo 10 anni di attesa e una disastrosa guerra in mezzo che li aveva divisi.
Senza quasi sperarci più, la nonna e il nonno avevano finalmente avuto questa bambina con cui la famiglia, insieme alla volitiva bisnonna, si era ricostituita. La guerra non era passata senza lasciare un solco profondo nelle loro vite di tragedie e disastri.
Mia madre in tenerissima età, l’anno successivo il loro arrivo a Ravello, contrasse il tifo.
Dalla fine dell’estate del 1930 ad aprile 1931 fu in balìa della malattia allora mortale, combattendo una battaglia per la vita in cui, con il coraggio e la forza della fede e dell’amore, lottarono anche i miei nonni.
Sei mesi di tifo. Al tempo, il tifo si svolgeva in settenari: sette, quattordici, ventuno, poi una ricaduta, ancora sette, quattordici, ventuno, un’altra ricaduta.
A carnevale i medici chiamati a consulto e venuti anche da Napoli, la dettero per morta. E mentre mia madre lottava insieme con i suoi genitori, la vita ravellese dell’epoca scorreva placida e lenta.
Accanto all’ufficio postale dove abitavano c’era la farmacia di don Luigi Manzo che aveva due figlie di nome Claudia ed Elvira.
La posta veniva consegnata dalla signora Agatina coadiuvata da Rosa, la figlia del postino Peppino.
Rosa prese poi il posto della signora Agatina quando quest’ultima è morta.
Duchi molto noti abitavano in una villetta sulla salita del Toro.
Personaggio molto noto a Ravello nel 1930 era donna Maria Mari, che aveva due figli, don Antonio e don Giannetto. Maria Mari era una factotum, conosceva bene l’inglese, nella sua casa ospitava le maestre di scuola, ma una delle maestre andò via con suo figlio don Antonio, gettandola in una stato di grande costernazione.
Il Barone Compagni era vestito sempre di bianco, scuro di carnagione, con il panama anch’esso bianco.
E in piazza sostavano i portantini che portavano i forestieri inglesi al Toro.
Il medico condotto si chiamava Gambardella e sua moglie si chiamava Clara.
Il sagrestano era Saverio.
Il nonno va alla Posta a scambiare buoni, la malattia della figlia esige un impegno economico enorme e va poi in farmacia a comprare le medicine prescritte.
Alla fine dell’inverno gli dicono: “Segretà… la bambina muore e voi rimanete senza un soldo”. Ma le forze in campo per strapparla alla morte c’erano tutte, compresa la presenza grandiosa di padre Giuseppe Palatucci che tutte le sere arrivava a pregare sul letto della piccola e offrirle il pane di Sant’ Antonio.
Trascorso il carnevale, arrivò aprile e con aprile la Pasqua, che corrispose alla rinascita di mia madre, perché a dispetto di ogni ricaduta, si riprese e finalmente guarì.
Al tempo la salita del Toro era fatta ancora di gradini che vennero poi eliminati quando arrivò il re in esilio diventando strada carrabile per Rufolo e Palumbo.
Mia madre riprese così ad uscire per le stradine della incantevole Ravello e ad incontrare tra gli altri anche Frà Ludovico, questuante con le tasche piene di ‘cioccolata’ che distribuiva ai bambini, ma che in realtà erano carrube.
La bambina tanto amata, a Ravello ebbe il dono di rinascere, tornare a vivere e cominciare, come tutti gli altri bambini, a leggere i primi numeri del Corrierino dei Piccoli con Fortunello e sor Pampurio e Topolino.

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